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Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Capitolo 5, Giorgio

Il fuoco è vita, è movimento, è quel sobbollimento che, prima Giorgio citava, non consuma, produce.

Quasi come se mi leggesse nella mente – ancora?- Giorgio mi dice:

“Vedi quel fuoco Ivan, consuma ed elabora la materia di quei pezzi di legno, tronchi che l’anno scorso se ne stavano eretti in qualche bosco a fare il loro dovere e sai qual’era il loro dovere? No, te lo dico io: crescere, crescere, crescere per poi, un bel giorno, restituire tutta l’energia che hanno catturato in tanti anni dal sole, dalla terra, dall’acqua, dal mondo, al mondo stesso, agli uomini che l’abitano e all’intorno di quegli uomini. Pensa, sacrificano la loro esistenza per altre esistenze e, pare, senza averne coscienza.”

Già, la coscienza. Mentre mi parla Giorgio, della coscienza e della vita, come se, effettivamente, anche i vegetali abbiano coscienza della propria esistenza, mi vengono in mente tante cose: la lunghezza dell’esistenza di alcune piante, tre o quattro o anche più mila anni (come si fa a vivere così tanto senza la coscienza, e lo capisco che mi sto avventurando su di un terreno che non conosco e mi riprendo l’attenzione alle sue parole), allora improvvisamente capisco e comprendo, sino in fondo, quest’uomo e capisco la “incoscienza” sua verso gli accadimenti del mondo e comprendo quanto siano poco importanti alcune “disgrazie” e quanto, invece, siano essenziali le passioni, i convincimenti, gli ardori verso il proprio fare, qualunque esso sia. Lo guardo, rischio disinnamorarmi? (di innamorarmi)di quest’uomo (o forse lo sono già, non in termini sessuali ma spirituali). Giorgio, forse, ha già capito e mi sprona:

“Buoni, eh Ivan, i pissarei della Maria sono uno spettacolo. Dai, che ne facciamo portare un altro piatto.”

Sì sono buoni i pissarei della Maria.

Aggiungo:

“E vuoi mettere come si gustano con questo buon Gutturnio?”

Fuori nevica, tanto, ma a noi che ci importa, il pomeriggio è per noi.

Giorgio parla, mangia, sorride, guarda il culo della nuova cameriera rumena che ci porta l’ennesima grappa, lo vedo come scruta tra l’insenatura del petto abbondante della giovane donna, sorrido, mentre fa il cascamorto con la ragazza che cederà alle lusinghe di questo vecchio marpione che, non scende mai nel volgare ma, proprio per quello risulterà accattivante e vincente rispetto allo stuolo, a volte infame, di decine di avventori che desiderano solo rudezza e una sorta di onanismo personale.

D’uno tratto mi guarda e mi dice:

“Credi che con tutti i guai debba tralasciare di fare il pirla?”

“Ma, credo che …”

“Sai quante volte ho pensato alla morte? Tante, tantissime, ma ho tirato sempre diritto, ho troppe cose dentro che devo fare uscire, troppe idee, troppi pensieri, troppi colori, linee ed altro; la morte non è mai una soluzione, in fondo è una vigliaccata, significa fuggire dallo specchio.”

“Hai ragione e …” mi interrompe, come al solito

“Io sono io e resto io, comunque sia vestito, qualunque siano le cose che possiedo (che in fondo abbiamo solo in prestito in questa vita terrena), posso dipingere vestito o nudo, la mano e la testa che guida agisce a prescindere dalla camicia che indossi , Picasso dipingeva spesso completamente ignudo.”

Sorrido.

“Eh ridi eh, ma sai quante volte me ne sto in studio senza mutande, sai quante volte rispondo al telefono mentre faccio la cacca?”

Sorrido ancora.

“Pensa, l’altro giorno mi ha chiamato la segretaria di un comune per chiedermi una copia di un progetto che ho redatto una quindicina di anni fa.!”

“E allora?” cerco di rispondergli mentre lui agguerrito, su di un campo e con un piede di guerra di un terreno a me, ora, sconosciuto.

“E allora, ho detto: aspetti che guardo l’elenco dall’archivio, e l’ho messa in attesa mentre mi pulivo il culo, senza preoccuparmi se sentisse o meno il fruscio della carta nel momento in cui scivolava sopra il mio sfintere!”

E’lì, forse imponente, nella sua dannata positività e tranquillità, non ho potuto fare a meno di riflettere e pensare all’essenzialità e all’ironia di quell’azione, ma anche alle verità che le parole e le azioni e i comportamenti stessi di Giorgio (ma forse anche di tanti altri, anzi ne sono certo che sia così), si portano appresso.

Veramente, ciò che conta per lui, e che in sostanza dovrebbe contare per tutti noi, è l’uomo con la sua voglia di sondare, a prescindere dai risultati che si possano ottenere.

I volti di Giorgio, in continua evoluzione, con quegli orizzonti a volte appena tracciati, con i colori che, a tratti esplodono irreali, violenti  ( come le sue parole e i suoi atteggiamenti in alcune circostanze, quelle che gli sfuggono dalle mani troppo cariche di suppellettili …), il nero del bordo del tratto, che definisce la sagoma di carne della nostra comune identità, altro non sono che la sua immagine riflessa nei suoi pensieri e, che cerca condivisione, anche parziale del suo vivere.

E questo, nessuno potrà mai sottrarglielo, nessuno potrà mai privare il mio amico della sua gioiosa ricerca.

Usciamo dal locale, è quasi notte, siamo completamente sbronzi, la cameriera viene verso di noi, si avvicina, sento che si bisbigliano qualcosa, poi lei, con l’aria scocciata, se ne va. Raggiungiamo la sua vecchia jeep, rossa con il tettuccio bianco, faccio appena scivolare la mia curiosità, Giorgio mi guarda:

“Mi ha chiesto se volessimo un pompino, gli ho risposto che siamo persone serie, ha sorriso beffarda e se ne è andata.”

“Meglio.” Rispondo io

“Meglio.” Completa lui.

Il mondo è nostro. Mentre camminiamo, la neve suggerisce il suo rumore sordo, forse fa ricordare qualcosa.

Ivan D’Agostini

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Redazione

Redazione Ticino Notizie

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