Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Capitolo 5, Giorgio

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    Dieci anni ha impiegato per cercare di riavere il mal tolto, e c’è riuscito, in parte, ad avere contezza delle sue ragioni. Peccato che nel frattempo si fosse indebitato sino al midollo e la soddisfazione, parziale si intende, perché si sa come vanno a finire i processi in questo paese, non abbia prodotto i risultati sperati.

    E’ una fredda giornata d’inverno, quest’inverno dove sta nevicando tanto. Pioggia e acqua si scambiano il testimone in queste giornate ma oggi è un giorno di tregua, sarà così anche per noi, ora?

    Siamo seduti di fronte, il tavolo è uno di quelli di legno vecchio, siamo in una piccola trattoria in riva al Po, in uno di quei paesini, che non sono neppure segnati sulla carta. Mi ci ha portato lui, siamo poco distanti dalla sua città e questi posti, questi meandri sono la sua terra, le sue tasche. Qui sembra di essere in famiglia: l’oste, un omino calvo, grassotto (ispira fiducia per quanto riguarda il cibo), il viso paffuto e con un bel sorriso stampato, apre le labbra e mostra la sua dentatura con gli incisivi staccati, quasi un lembo del baffo piega dentro. Mi sembra la controfigura di Oscar Farinetti, in formato mignon. Poco oltre, nello stanzone che ospita la cucina intravedo un’altra figura che imparerò a conoscere: è la madre, se ne sta seduta su di uno sgabello alto a far qualcosa, capirò dopo.
    Strofinando e violentando il tovagliolo, mi guarda e fa:
    “Ho perso tutto, tutto, non sono più riuscito a pagare il mutuo e la banca si è ripresa la casa che mi aveva finanziato, non ho più nulla.”
    Sono sbalordito, fatico a cercare qualche parola nel recesso del cervello, riesco a dire solo puttanate:
    “Ma non potevi … hai tanti amici ricchi … gente famosa, tu nella tua posizione e e …”
    “Ah cazzate, ognuno ha il suo orticello e, appena vai per chiedere qualcosa, ciascuno ha un pretesto e, magari anche valido, per dirti di no.”
    “Ma hai provato almeno a …”

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Fatico a star dietro alle difficoltà, a quelle difficoltà, perché sono tali anche se non sono direttamente le mie ma a quel punto è come se lo fossero …
    Come se non lo avessi minimamente interrotto riprende:
    “Sìi con qualcuno ci ho non dico provato, ho ipotizzato ma … ma poi ho pensato: questo mi ha detto di no, quell’altro pure, che faccio continuo la rassegna dei no, aumento la collezione, ci faccio l’album? Eh?”
    “Potevi …”
    “Potevo?” “Ahh avrei potuto, forse?” “Ho cercato di fare da solo, come sempre e come sempre ho fatto, convinto che sarei riuscito anche stavolta e invece, invece, invece ora ho perso la partita e, il resto.”
    Lo guardo, ha lo sguardo fiero, le labbra sorridono sempre (una volta abbiamo incontrato una sua vecchia morosa, Teresa mi pare di ricordare che salutandolo gli ha detto: “Oh Giorgio, hai sempre il sorriso sulle labbra, sei sempre positivo, doni sempre freschezza e gioia), è contento delle sue cose, dei disegni che continua a tracciare, di quelle mille facce che continua ad inventare e dei mille colori che incessantemente pone su nasi enormi, su gote sporgenti e su capelli che svolazzano al vento.
    “E’ il movimento incessante della vita!” Mi ha spiegato una volta, orizzonti urbani appena accennati (sarà il nostro mestiere?) si profilano dietro a volti ben tracciati. Ai colori decisi dei visi fanno da contraltare quegli sfondi tenui, quasi tremolanti e incerti, forse come il futuro di ognuno di noi; poco importa la materia, mi spiega, poco importano le certezze e il giudizio superficiale degli ipocriti, che poi, per questo sono ipocriti, quel che importa è seguire e nutrire i propri sogni. “Sai, anche quando rischiano di essere totalmente irrealizzabili, è proprio per questo che devi volutamente, profondamente convincerti di viverli. Sennò, che sogni sarebbero altrimenti e, l’uomo, senza sogni muore, inesorabilmente, pensaci …”

    So che è verità questa cosa, e resto incantato dalle sue parole, pensieri leggeri che però muovono l’aria, come fosse una tempesta; lo so, fa più rumore la verità che la menzogna, anche se spesso è anche l’ultima ad prevalere, momentaneamente, nel percorso della vita.

     

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