Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini

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    Già cosa fare: buttare via tutto o salvare il salvabile, tenere conto del passato di questi oggetti o decidere di rinnovare completamente?

    Si, lo so che sono dei pezzi di legno, peraltro recuperati da altri impieghi, ma come scordare che ciò che costruiamo, entra a fare del nostro passato intimo e si nutre, volente o nolente, della storia che il tempo impone loro.

    Quasi che il velo del tempo sovrapponga esperienze sulla materia che così si fa più resistente e che al contempo ci parli del passato con un occhio al futuro.

    Chissà se tutte queste cose vengono in mente solo a me?

    Mentre me ne sto nel silenzio dell’oscurità che avanza dal bosco, tendo l’orecchio e allungo la vista alla ricerca di qualche animale indigeno: cinghiali, caprioli, cervi, tassi, lepri, ghiri, scoiattoli, poiane, nibbi, civette e, da qualche tempo, anche sporadici lupi solitari. Forse loro potrebbero darmi qualche suggerimento sul cosa fare?

    Allora ho iniziato a guardare, sì sì a guardare, e mi sono accorto, mano a mano, che il tempo passava e il legno si asciugava, piano e lentamente. Proprio come lentamente osservavo quei legni. Perché del resto il Caselle è lontanino da dove abito quotidianamente – anche se poi a me quella parola, “quotidianamente”, dà i nervi-. Più di cento chilometri mi separano da quell’intrigante posto e quindi, siccome durante la settimana mi, e ci capita, a me e alla Li, per più motivi, che potete ben immaginare, di stare qui, là ci si va, di norma, il fine settimana e, così, la calma e la pazienza dell’evaporazione delle molecole non è disturbata, e con essa le fibre, stanche ma non esauste, del legno.

    Mi accorgo sempre di più che, mentre sono qui, là si svolge un film che solo la lentezza e la costanza del vedere, ora, mi permette di svolgere per intero, pur mantenendo, nonostante tutto, ancora risvolti segreti e nascosti che non finirò mai di scoprire.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Dunque, vi dicevo che ho iniziato a guardare, a me pare che questa Dottrina, in fondo, quasi una meditazione, (in alcuni tratti mi è tornato alla mente un vecchissimo libro che ho letto in gioventù: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig), sia nutriente per lo spirito, che a volte si abbatte e allora, a ben vedere da quelle fibre, dapprima grigie e patinate da un velo assurdamente omogeneo, sono emerse rugosità, sfumature, rilievi, creste e dentelli che hanno aperto un mondo nuovo ai miei occhi..

    Era come se ogni frammento, superficie, piano levigato – per la verità rarissimi- scalfittura, buco o frattura, raccontasse il passato, quel tempo trascorso a sostenere piani di legno carichi di altro legno, legno che aveva vissuto una stagione (raramente più di una), legno che sarebbe stato reciso dalla mia mano inesorabile, per via di quella abitudine di capitozzare quell’unico tronco sottoposto a detta pratica. Stagione dopo stagione su quegli aggregati, avrebbero pesato chili e chili di materia vegetale che, dopo qualche mese adagiata a ricevere sole, acqua e vento, una volta definitivamente asciugata, sarebbe passata da altri aggeggi meccanici, che ne avrebbero ridotto e trasformato la dimensione, per essere impiegati in altra maniera; il più delle volte tagliati, con la sega circolare, in pezzi lunghi circa trenta centimetri e utilizzati come esche per le stufe e il camino durante il periodo invernale.

    C’è sempre una ragione nel fare delle cose in campagna e, a ben vedere ogni pratica rientra in una regola eco sistematica.

    Ma torniamo ai pezzi di legno messi a riposo, mano a mano che il tempo passava dunque, la materia iniziava a restituire le sue verità e con essa anche, inesorabilmente, alcune particolarità dei legni stessi. Assieme ai colori e ai sapori dei rilievi, quelle superfici conturbanti, mostravano anche le loro attuali debolezze: private e asciugate dai muschi che si erano ritirati, contratti nello spasmo di voler vivere ma che lì, privati dall’ambiente esterno che dava loro vita e nutrimento, si stavano lentamente spegnendo, certamente a vantaggio proprio dell’altra materia vegetale che in questo modo non era più sottoposta all’anelito di fame, che quelle masse verdi stavano compiendo, fagocitandone la superficie. Ma ogni cosa ha il suo contro altare: ciò che prima i muschi riempivano e quasi univano, ora era vuoto. La fessura, asciugata anche dall’acqua, che aveva riempito le fibre nell’intimo molecolare, si mostrava nella sua magnifica e orrenda esteriorità, quasi una spaccatura sessuale pronta a ricevere chissà cosa, ma altrettanto pronta a separare drasticamente le due metà del cielo, prima unito dal tempo e dall’avvicendarsi di linfa, sole, acqua e miliardi di atomi di minerali.

    Che fare dunque, chiedere lumi a Platone?

    Chi ero e chi sono io per unire o separare, mah? Arcano!

    Come sempre l’osservazione, la pazienza avrebbe dato i suoi frutti.

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