I pavidi. Di Emanuele Torreggiani

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    Cristo muore nella città. Così è stato, e così è. Fu un uomo coraggioso. Andò incontro alla morte ad occhi aperti. Non fuggì dalla sua scelta. Mai come in queste ore si dimostra che il vero nemico del cristianesimo altri non sia che il cristiano. Lo si coglie nella sua incapacità di discernere il vero dal verosimile. L’occasione dettata dalla proibizione di tenere una messa all’aperto mostra, di-mostra, il pilatesco che alberga ontologicamente nell’uomo. Poiché questa non è zona destinata a manifestazioni religiose la messa si tiene correttamente in chiesa, dichiara, in sintesi, il documento amministrativo. Prosaicamente, molto prosaicamente, poiché quel luogo era stato richiesto dalla comunità musulmana come possibile sito per la preghiera del venerdì, ed era stato risposto che non era possibile in quanto luogo non atto a manifestazioni religiose di conseguenza, la messa all’aperto viene bandita. Quindi si confina l’espressione del sacro dentro la chiesa. Di conseguenza sarà impossibile una processione per le vie cittadine, del presepio natalizio in un qualunque luogo pubblico, per assurdo, ma mica poi tanto, un prete in veste da prete non potrebbe camminare sul suolo pubblico essendo espressione di una religione. Si arriva a questa messa in scena para-burocratica per mancanza di coraggio civile. Quel coraggio civile che consiste nel dire semplicemente no ad una richiesta e contestualmente impegnare l’agenda politica nel dare una risposta positiva, come prevede la costituzione laica ma non laicista né tantomeno atea di questa repubblica, risposta positiva e non onerosa per la collettività. Ci penserà il Prefetto. Se si dice di no alla comunità musulmana si dice di no a questa comunità, non alla comunità cristiana che è la stragrande maggioranza della cittadinanza da millenni. E la tradizione è un valore, sia per i cristiani come per i musulmani che non hanno nessuna remora nel mostrarla, il rito della purificazione di settimana scorsa richiama immediatamente Abramo, Ibrhaim, bellissimo squarcio dell’ancestrale potente che sublima il sacrificio umano con la bestia che mai muore rientrando immediatamente nell’alveo della natura viva facendosi cibo collettivo. Ad un amministratore pubblico si chiede il coraggio e la visione, non il nascondimento dietro una normativa inesistente che si dimostra arbitrio di pavidità. E che sia arbitrio lo si coglie immediatamente nel fatto che ciò che è proibito in Magenta è lecito nei comuni italiani. Di pavidità si muore dentro il ridicolo.

    È profondamente stolido vedere nella immigrazione musulmana il nemico. Il musulmano non lo si identifichi con il criminale da strapazzo che imperversa nella penisola. Ciò che commette qui sarebbe punito con infinita severità nelle sue terre d’origine. Chi lo crede utilizza il cristianesimo come instrumentum regni. E non funziona. Il cristianesimo non si politicizza se non arbitrariamente. E infatti si ritorce immediatamente contro quando non si sa discernere la laicità dello Stato dal laicismo utilitaristico. Comunque sia il ventre materno ha già emesso la sua sentenza inappellabile e incontestabile. La demografia dichiara come il numero sarà la forza della politica prossima ventura. Il ventre della tradizione moltiplica la vita, il ventre della contemporaneità occidentale la annichila ancora in nuce quasi fosse, la vita, sua proprietà materiale. Ancora nel profondo viene soppressa in una espulsione atona dettata dalla ludogenetica assurta a diritto, facendo così collimare il diritto alla vita con l’arbitrio della somministrazione mortifera e deresponsabilizzando il dovere della custodia del ventre che non coincide con l’obbligo di crescita, da sempre il neonato può essere affidato, e ancora, e soprattutto, viene meno l’opportunità di comprendere la profondità dell’amore disinteressato: l’agape, che fa dell’uomo concreta immagine e somiglianza di Dio. Non a caso la più parte dei politici ai vertici europei non ha figli. La civiltà occidentale, che non coincide con la civilizzazione, si perde nello svuotamento dalla tradizione al folclore. Là insiste il rituale sacro, la messa, prodroma al simposio del cibo, il pranzo collettivo conseguente. Nel folclore il cibo diventa unico protagonista da cui l’attuale sociale si esprime nella sua fase eminentemente ludica e fecale. Tra poco è tempo di verze e cassuola. Avanti con i selfie.

    Emanuele Torreggiani

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