I come Invidia (o il tormento dell’impotenza…): torna l’Alfabeto Psicologico di Floriana Irtelli e Fabio Gabrielli

    91

    I come invidia

     

    L’invidia invece non conosce appagamento, è dolorosa, letale, in primo luogo per chi la prova.
    L’espressione «verde d’invidia» allude evidentemente alla colorazione biliosa di questa passione che rode il fegato e secerne veleno.
    Pulicini E.

    L’invidia è molto diffusa nella nostra epoca, come i gravi disturbi di personalità che ne sono non di rado la
    fonte, e Quello che possiamo subito rilevare è che si tratta di una passione relazionale e relativa: il proprio bene o il proprio valore, sia esso materiale, spirituale o intellettuale, viene sempre misurato a partire da quello dell’altro.
    Pulcini E.

    L’invidia è un risentimento nel vedere il nostro proprio bene messo nell’ombra dal bene degli altri,
    dipendente dal fatto che noi sappiamo apprezzare il nostro benessere non secondo il suo proprio valore
    interiore, ma soltanto secondo il paragone che facciamo con il bene degli altri.
    Kant I.

     

    L’invidia è tipica dei disturbi di personalità gravi (come la psicopatia o il narcisismo maligno), ma può
    essere anche un fenomeno sperimentato su larga scala, infatti, una volta soddisfatte le necessità fondamentali dell’esistenza, diventa difficile determinare in maniera oggettiva se si è raggiunto un livello soddisfacente;
    quindi, per decidere in proposito, non di rado ci si confronta con gli altri, ed è questa l’idea su cui si basa la
    “teoria della deprivazione relativa”, la quale suggerisce che è il confronto sociale non oggettivo a
    determinare l’insoddisfazione degli individui rispetto ciò che hanno.
    Chiaramente chi prova confusione rispetto la propria identità, ed il proprio valore, più facilmente può cercare di orientarsi facendo paragoni con il prossimo, per determinare lo stato della propria situazione, e così, nel confronto sociale si sviluppa il germe dell’invidia.

    Nel paragone si può quindi notare che in qualche ambito si ha meno di qualcun altro, da qui può nascere
    proprio “lo sguardo invidioso”, che spesso svaluta e aggredisce più o meno apertamente chi ne è oggetto.
    L’invidia, come conferma l’etimologia della parola (in-videre) vuol dire, difatti, guardar male: in quello
    sguardo si esprime un dispiacere astioso, una sofferenza di fronte al bene ed alle qualità del prossimo; è il
    senso di mortificazione indotto dal constatare i vantaggi che un altro possiede, le cose buone del prossimo
    vengono quindi percepite come una minaccia per la propria identità o persino, come afferma Schopenhauer,
    come una sottrazione della propria felicità: ciò viene interpretato come una sorta di attacco rivolto al proprio
    essere, di cui si percepisce la sconfitta e la caduta.
    Salvatore Natoli ha infatti definito l’invidia come «il tormento dell’impotenza».
    È bene precisare, a questo proposito, che di per sé non c’è niente di male nel desiderio di espansione, ma
    nella dinamica dell’invidia la buona riuscita dell’altro viene percepita dall’invidioso come una diminuzione
    della propria; possiamo chiederci, a questo punto: se il confronto è costitutivo dell’umana condizione, vuol
    dire che l’uomo è inevitabilmente destinato all’invidia? Assolutamente no, perché un confronto può essere
    semplicemente costruttivo o competitivo, senza divenire in alcun modo maligno.

    Bisogna poi specificare che la persona sana, matura ed evoluta possiede una coscienza del proprio valore
    intrinseco, prima di confrontarsi con il prossimo, tuttavia chi non nutre questa consapevolezza crede di
    poterla sviluppare solo al momento della comparazione ossessiva con il prossimo.

    Prossima lettera M come malinconia

    Piccola Biblioteca dell’anima

    Pulcini E. (2011) L’invidia, la passione triste. I 7 vizi capitali, Il Mulino, Bologna.

    Se è vero che ogni vizio comporta piacere, ciò non vale per l’invidia, veleno dell’anima che genera tormento e sofferenza: si soffre per il bene e la felicità altrui, vissuti come una diminuzione del proprio essere e segno del proprio fallimento. L’invidia nasce sempre dal confronto. Perché lui/lei sì e io no? Una domanda che deve restare segreta, perché rivela la propria inferiorità. Dall’antichità alle società moderne, dalla fiaba fino alle veline dei nostri giorni, l’autrice insegue questa passione “triste” – ma non priva di violenza quando si trasforma in risentimento – che inquina le relazioni, depotenzia l’Io, paralizza le energie.

     

     

     

    Floriana Irtelli

    Fabrio Gabrielli

    Articolo precedenteIl farmaco salvavita ITALIANO contro il Covid.. Speranza, quando lo autorizziamo? Di Andrea Pasini
    Articolo successivo‘+++ Magenta: domani l’ultimo saluto ad Enrico Barenghi +++