I campioni hanno due cuori- Milano Torino, aperitivi, banditi e pistoleri

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    La Milano-Torino è la corsa ciclistica più antica del mondo, un bel vanto. Correva l’anno 1876 e otto atleti su rudimentali velocipedi si sfidarono pancia a terra per aggiudicarsi la prima edizione di un evento che le stagioni a venire e il palmares renderanno presto mitico. Al traguardo, in quella giornata di sport e sudore per ovvi motivi sui generis, giunsero, centocinquanta dissestati chilometri più tardi, solo in quattro, regolati sotto lo striscione d’arrivo dall’esploratore e naturalista italiano prestato alle due ruote di nome Paolo Magretti. Il resto è una storia lunga ormai quasi un secolo e mezzo che ha visto ascrivere nell’albo d’oro i migliori interpreti di ogni epoca.

    Prima del secondo conflitto mondiale che cambiò i connotati al pianeta, il protagonista assoluto fu Costante Girardengo, detto il Campionissimo, che se ne aggiudicò ben cinque edizioni. Di lui si ricordano ovviamente le molte vittorie ma anche l’amicizia, tra leggenda e mistero, con Sante Pollastro, il Bandito di Novi Ligure, quello con la mira eccezionale e la passione per la bicicletta. Mitologia: uno in fuga dagli avversari, l’altro in fuga dalla legge. È il ciclismo dei pionieri come mezzo di riscatto sociale e rivalsa nei confronti della miseria contadina. Le strade sono fango e ciottoli, si parte e (forse) si arriva di notte e il doping è mezzo bicchiere di alcol. Doverosa, negli anni a venire, la celebre canzone che li ritrae insieme in compagnia di quel poliziotto che, per dirla alla De Gregori, sapeva fare il suo mestiere. Da ascoltare.

     

     

     

     

     

     

     

     

    Più di recente, è quasi attualità al confronto, furono fenomenali pedalatori del calibro di Magni, Bitossi, Saronni, Moser e Bugno – e molti altri che sicuramente dimentichiamo – a lasciare un segno azzurro nella capitale industriale d’Italia, contribuendo a conferire lustro imperituro a una corsa che oggi è patrimonio della nostra cultura sportiva. Una curiosità, tra le tante. Gino Bartali, che addirittura mai vi prese parte, e Fausto Coppi, due che stanno al ciclismo come Pelé e Maradona stanno al football, quindi piuttosto bene, non riuscirono mai a mettere in bacheca il trofeo. Singolarità di una materia difficilmente pronosticabile. Setacciando dal bianco e nero in poi l’album dei ricordi della Milano-Torino, che per inciso tra qualche giorno prenderà il via proprio da Magenta, è facile accorgersi di quante e quali siano le policrome vicende impresse sul nastro d’asfalto meritorie di essere raccontate. Scampoli di gioia e trionfo ma anche di intenso dolore. Fisico, come quella maledetta volta in cui Pantani fu investito da una jeep che procedeva in senso contrario alla marcia dei corridori lungo la picchiata che da Superga conduce nella pianura torinese. Si salvò, il Pirata, disgraziatamente non a lungo. Ma è questa un’altra storia.

    Amarcord. Il 2012, per chi se lo ricorda, fu un anno piuttosto significativo. Nelle precedenti quattro stagioni, infatti, la corsa tenne chiusi i battenti per una serie di motivi che con lo sport in senso stretto c’azzeccano in misura assai marginale. Il 26 settembre di quell’anno, tuttavia, il ciclismo tricolore seppe riannodare i fili con il proprio luminescente passato organizzativo e la fortuna, vestiti i panni di un monumentale Alberto Contador, baciò l’edizione numero novantatré che pertanto ebbe regolarmente luogo. Per l’occasione il chilometro zero fu collocato nell’abitato di Settimo Milanese, punto di partenza di un percorso articolato su duecento chilometri o poco meno e comprendente due passaggi, di cui uno scelto come teatro d’arrivo, sul colle di Superga. Asperità orografica e balcone aperto sulla città di Torino reso celebre dall’omonima basilica, commissionata dal re Vittorio Amedeo all’architetto Juvarra nel 1715, e purtroppo  dalla tragedia che, nel 1949, segnò la prematura fine del Grande Torino di calcistica memoria. Tornando alla gara, come si lasciava presagire poc’anzi vinse un ispirato Contador, uomo solo al comando, grazie a una progressione inarrestabile sull’ascesa finale che tanto sapeva di marchio di fabbrica. Quello che in apparenza poteva sembrare un frangente rutinario di ciclismo, stante la dimensione a tratti egemonica di un pluridecorato fuoriclasse avvezzo al trionfo, fu all’opposto una novità assoluta. Primo e unico sigillo, infatti, di una sfolgorante carriera in una classica in linea per il madrileno. Pare impossibile e invece successe proprio a Torino. Checché se ne dica sono i corridori a fare grandi le corse più che viceversa, e pertanto, per una manifestazione che ambiva a rilanciare sé stessa dopo anni di preoccupante oblio, la stoccata del Pistolero fu lo spot planetario migliore possibile. Manna dal cielo. Gli ultimi due vincitori di una gara nel frattempo tornata sotto l’egida di RCS, sono due colombiani, gente tosta abituata per genesi e provenienza a battagliare col naso all’insù. Uno, Rigoberto Uran, è un vecchio marpione con propulsione diesel che si esalta nella fatica, l’altro, Miguel Angel Lopez, è un giovanotto, spavaldo e sfrontato quanto deve, in procinto di spiccare il volo. Come Superman, il suo soprannome. Morale, la Milano-Torino non si doma per caso.

     

    E sempre a proposito di Contador, dodici mesi or sono ha appeso le scarpette al chiodo al termine di una Vuelta di Spagna disputata da protagonista e suggellata dal trionfo nella tappa regina del monte Angliru, il Mortirolo di Spagna, in un addio alle corse che ogni professionista, sentimentale il giusto, vorrebbe vivere. A qualche giorno dall’edizione 2018 della Milano-Torino, evento al quale l’iberico ha donato, come visto, un pezzettino del proprio talento, pare dunque doveroso spendere qualche parola. Ossequiosa e poco democraticamente nostalgica.

    Alberto Contador Velasco appartiene all’elitaria cerchia dei fuoriclasse senza tempo, annoverabili, se solo l’Unesco si occupasse anche di sport, nella lista del patrimonio dell’umanità. Come il Monastero dell’Escorial, per esempio, inscindibile icona della sua città natale, Madrid. Nato il 6 dicembre del 1982, Albertino, una sessantina di chili plastici e resilienti, è uno di quegli atleti che, se proprio non lo hanno inventato, un aspetto caratterizzante del proprio sport lo hanno saputo elevare al limite del conosciuto. Lo scatto secco in salita nello specifico, gesto di eleganza e muscoli allo stremo, e quel suo inconfondibile incedere en danseuse di due spalle ciondolanti che cercano il cielo, con la carreggiata che si inerpica sotto alle pedivelle. Il più forte scalatore del dopo-Pantani, punto. Professionista dal 2003, la sua carriera può essere divisa in due segmenti complementari: il primo da cannibale vincitutto; il secondo da cavaliere errante, senza paura né ossessione per il primato che non fosse quello del cuore dei tifosi. Grande nel primo, eterno nel secondo. Contador è l’ultimo moicano di una disciplina meravigliosa, il ciclismo, che fu un tempo coraggio, improvvisazione e calore, poi matematica, tatticismo e spesso abulia. Con il ritiro ha portato con sé, come il bambino fa col pallone, l’essenza di un’attitudine, antica e romantica insieme, quale antidoto all’imperante tecnologia. Che da una parte avvicina asintoticamente l’imperfezione umana all’infallibilità della macchina e dall’altra allontana uno sport meraviglioso dalla passione viscerale della sua gente. Al punto da mancare come l’aria. Perché Alberto Contador è una speranza che viene da lontano, un abito da sartoria scevro dalla moda, un quadro di Mondrian, un calcio nel culo alla noia. Una frustata liquida di Federer, un drop di Carter o uno slalom di Tomba. Il Viandante sul mare di nebbia, una novella di Rodari, la garra charrua che arde in ognuno di noi, la solitudine di una ballata del grunge. E ancora, il Pantani che non è mai morto, il granello di sabbia che inceppa il meccanismo, il metronomo del nostro tempo libero. Contador, per noi che il ciclismo è il ciclismo, incarna infine il lieto fine di una lunga storia d’amore che ci ha visto crescere.

    E Superga, con le sue rampe in doppia cifra tra ombra, sole e foglie morte, non aspetta altro che qualcuno, raccogliendo l’eredità ingombrante di chi con animus pugnandi e virtù lo ha preceduto, getti cuore, gambe e testa oltre l’ostacolo. La corsa del Campari che si mischia al Vermouth si appresta quindi con rinnovato entusiasmo a premiare il coraggio di coloro che, provando a vincere, dimostreranno di non aver paura di perdere. C’è un dogma non scritto a riguardo. Il ciclismo, non è un mistero, ha una peculiarità intrinseca che lo rende, con i suoi limiti strutturali forse inevitabili, unico. Recita più o meno cosi. La vittoria finale è importante ma come è conseguita lo è ancora di più. Lapalissiana poesia della strada e dei palati più esigenti.

    Buona Milano-Torino a tutti.

    Teo Parini

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