Governo politico o ‘mantra’ dei tecnici? Italia a sovranità limitata.. o meno? Di Angelo Gini

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Il risultato delle elezioni politiche è stato chiaro, inequivocabile e netto: la destra, attraversata da posizioni anche molto diverse su questioni di politica interna e internazionale, ha saputo rimanere e presentarsi unita, ha perciò stravinto ed è del tutto logico e legittimo che la sua principale esponente diventi il prossimo Presidente del Consiglio.

Ma che governo sarà? La domanda non riguarda, per ora, i contenuti che si definiranno meglio col voto di fiducia delle due Camere né le azioni che si dispiegheranno da lì in poi. Me lo chiedo, invece, in relazione alla natura del prossimo governo. Esteri, Interno, Giustizia, Difesa, Economia: da questi dicasteri, oltre che ovviamente dalla presidenza del Consiglio, da chi e da come sono occupati, si misurano la caratura politica di un governo, il suo colore, la sua natura, le sensibilità che possono emergere o meno rispetto a determinati temi e problemi del Paese, la qualità della sua azione e come questa si dipanerà in tutti gli altri settori, influenzandoli e indirizzandoli. È sempre, naturalmente e giustamente, stato così e, infatti, fino a 30 anni fa i primi quattro erano i pesi massimi del manuale Cencelli. Si è poi aggiunta l’Economia, che ha accorpato quattro vecchi ministeri, Tesoro, Finanze, Bilancio e le preziosissime Partecipazioni Statali. In questo particolare momento storico, per una valutazione completa andrebbero probabilmente aggiunti lo Sviluppo Economico e il Lavoro e Previdenza. Dal giorno dopo le elezioni impazza il totomonistri, leggiamo cronache più o meno fantasiose sugli scontri tra la Meloni e i suoi alleati e all’interno degli stessi partiti per la distribuzione dei vari incarichi. C’è un po’ di sensazionalismo ma nulla di nuovo rispetto a quel che succede sempre e dovunque quando nasce un governo: scaramucce o duelli, regolamenti di conti o precongressi di partito accompagnano fisiologicamente la nascita di qualsiasi governo, non solo in Italia. Alla fine si troverà la quadra e il Presidente Mattarella procederà con le nomine. Quello che invece è (sempre più) una stortura è l’elenco dei nomi che circolano per i cinque ministeri maggiori. Da settimane leggiamo liste di ambasciatori e alti funzionari della Farnesina, di ex prefetti, di ex magistrati, di ex ammiragli o generali e, soprattuto, uno stuolo di economisti impegnati in Banca d’Italia o in enti e organizzazioni internazionali. Il poco che è trapelato circa le posizioni di Giorgia Meloni al riguardo è la volontà di designare alte competenze nei ministeri chiave e di impiegare un ampio numero di tecnici. Il suo governo però non sta nascendo dalla necessità di creare una maggioranza attraverso accordi tra gruppi parlamentari, né da una situazione di emergenza che impone a forze politiche, magari antitetiche, di dar vita a un ministero di unità nazionale. Il governo Meloni sarà figlio della maggioranza uscita dalle urne il 25 settembre e di quanto saprà rimanere unita, è netta nelle due Camere, non nettissima al Senato ma i numeri ci sono eccome. Insomma dovrebbe essere il più canonico dei governi politici. Eppure… Giorgia Meloni, avvertendo la questione, ha sottolineato che se la guida del governo è politica, lo sarà anche il governo: corretto, ma la natura di un governo non dipende solo da una formula teorica. Sembra invece che stiamo assistendo, per l’ennesima volta, ad una lampante debolezza della politica e dei partiti che saranno rappresentati in parlamento rispetto ad un’adeguata copertura dei ruoli chiave e di GARANZIA.

E non è per niente un problema della sola destra di oggi, è successo con l’elezione del Presidente della Repubblica del 2013 e di quest’anno, ogni volta che si devono eleggere i giudici costituzionali di competenza del parlamento e alla nascita di tutti i governi dell’ultimo decennio e oltre. Il paradigma di questa crisi permanente è il ministero dell’economia, dove non c’è un politico da undici anni. L’ultimo fu Tremonti, poi solo ministri tecnici ma, al di là del giudizio sul tipo di ministro che fu l’ultimo politico – per me pessimo, arrivammo sull’orlo della bancarotta – la questione è un’altra: l’incapacità della politica di proporre un nome per quel ruolo che ha colpito tutte le formule di governo successive. C’è un problema di competenze dei politici? Sì ma non generalizziamo: in queste ore si parla di Giancarlo Giorgetti all’Economia. Non è ancora dato sapere come finirà ma se toccherà a lui, che probabilmente farà cose che non mi piaceranno, non troverei nulla di strano nella sua nomina. Ci sarebbero anche aspetti relativi a equilibri interni alla Lega e alla evidente, definitiva sconfitta di Salvini ma si tratta di questioni collaterali e prive di portata generale sulla politica in quanto sistema. Il punto è che uno come Giorgetti, un politico navigatissimo in parlamento da 26 anni, i numeri per fare il ministro dell’economia ce li ha. Probabilmente c’erano altri politici così negli ultimi undici anni ma nessuno è arrivato a quel ministero… e torniamo così alla difficoltà cronica di produrre figure di garanzia. Perché il Premier e l’Economia, così come gli Esteri e la Difesa e, in una certa misura anche gli Interni e la Giustizia, oltre che dicasteri che governano e amministrano, sono i pilastri su cui si reggono la qualità dell’Italia come democrazia occidentale evoluta e la sua posizione nel consesso internazionale, nell’UE in primis ma, come dimostra da mesi la guerra russo-ucraina, non solo. Non sempre i politici, anche i più preparati e adatti a quegli incarichi, hanno finito per occuparli se non offrivano garanzie sufficienti rispetto alla collocazione della terza economia dell’UE (la seconda manifatturiera), di un Paese strategico dal punto di vista geopolitico e militare nel Mediterraneo ma anche, e soprattutto, di un Paese tra i più indebitati del mondo. Perciò oggi ci troviamo di fronte a qualche interrogativo sull’opportunità di affidare magari tre o quattro dei ministeri maggiori a tecnici e, se così fosse, specialmente per l’Economia, avremmo l’ulteriore dimostrazione della cronica debolezza della politica italiana, che è in sostanza debolezza delle persone che la fanno.

I partiti della Prima Repubblica hanno avuto mille difetti ma sono anche stati grandi scuole di pensiero, di governo e di amministrazione, in sostanza di politica. Oggi, quando va bene, sono comitati elettorali del leader di turno o contenitori di correnti funzionali alla spartizione di potere e poltrone. Io mi auguro sinceramente che il governo che sta per nascere abbia tutte o quasi figure politiche nei ruoli chiave, non perché sia nostalgico di formule ministeriali antiche né perché disprezzi i tecnici chiamati nei momenti di crisi (Ciampi, Monti, Draghi… solo per citare i più importanti) anzi, li ho per lo più apprezzati, pur rendendomi conto che spesso ha pesato di più il loro prestigio personale che non la reale azione di governo, ma tant’è: governavano con la fiducia di parlamenti che al massimo potremmo definire mediocri, difficile fare miracoli. Se, invece, Giorgia Meloni sceglierà e il Presidente Mattarella riterrà per lo più adatti nomi tecnici per la maggior parte dei ministeri maggiori, ci troveremo di fronte a un governo davvero politico? Di sicuro sarebbe l’ennesimo fallimento: forse sarà solo un piccolo fallimento di Giorgia Meloni e dovremo ad ogni modo attendere di vedere come governerà. Ma sicuramente sarà un fallimento più grande della politica in generale: l’ennesima dimostrazione della sua cronica debolezza e della pochezza del suo personale che, però, non viene da Marte, è lo specchio di questo Paese e non è peggiore di esso. In fin dei conti l’Italia cinica, conservatrice, delle rendite di posizione e delle incrostazioni corporative c’è ancora tutta e io, nel mio piccolo, penso che questo sia il suo male peggiore.

Angelo Gini

 

ps Le foto, bellissime, sono tratte dalla pagina Facebook ‘Una foto diversa della Prima Repubblica ogni giorno’

 

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