Gli avversari stanno fuori dal partito…. i nemici dentro. Di Matteo Spigolon (Fabbrica Politica)

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Recentemente, ho letto un articolo che parlava della crescita silenziosa di quel personaggio che un tempo era deriso da tutti ed etichettato negativamente con il termine ‘bibitaro’. Era il bersaglio preferito dei meme che giravano sui social.

 

Oggi, invece, si è guadagnato il rispetto di chi lo dileggiava e i galloni di chi sa far politica. Una grande lezione (non l’unica) che ha imparato, ripete spesso in privato, è che “gli errori si possono fare, ma non rifare”.

Eccolo, quindi, fare ammenda nel suo libro autobiografico: mai più rifarebbe la scena sul balcone per festeggiare l’abolizione della povertà; mai più chiederebbe l’impeachment per Mattarella; mai più si farebbe vedere con i gilet gialli.

Quello che viene considerato come il suo nuovo mentore, Vincenzo Scotti, più volte ministro della Democrazia Cristiana e conoscente di vecchia data del padre, gli disse che avrebbe dovuto scegliere se fare l’uomo di Stato o il rivoluzionario.

A giudicare da quanto successo dal 2018 in avanti, si capisce quale fu la scelta di quel Luigino che ora neppure De Luca prende più in giro.

Il vero salto di qualità, però, Di Maio lo ha fatto quando ha imparato una lezione importante che deriva dalla Prima Repubblica: gli avversari stanno fuori dal partito e i nemici dentro.

Se mi segui da un po’, non dovrebbe essere una novità per te. Lo ripeto da anni, tanto da aver messo questo concetto nero su bianco in un capitolo del mio libro “Vincere le elezioni prima delle elezioni”. Se non lo si fa proprio, la strada non può che essere in salita.

Nonostante le smentite pubbliche di rito (“i veri nemici sono là fuori”), mi auguro che la maggior parte di coloro che fanno politica lo abbiano ben assimilato.

Sarebbe un primo passo.

Matteo Spigolon

 

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