Gentile signor Ayud, le spieghiamo perché sulle moschee (a Magenta ed altrove) serve molta attenzione

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    MAGENTA – Ieri su Ticino Notizie il nostro Graziano Masperi, con la consueta precisione che ne distingue il lavoro di cronista osservante e rigoroso, ha raccolto lo sfogo del signor Ayud Akhter, fedele di religione islamica di nazionalità pakistana, in Italia da 22 anni.

    Pensiamo che Ayud abbia tutte le ragioni per chiedere come mai tutte queste precauzioni sul tema moschee, a Magenta e in Lombardia. Pertanto è opportuno rispondergli. Con una premessa: appare evidente che un’istanza di tal fatta va proposta in forma associata, ordinata e nel rispetto di leggi, norme e consuetudini che disciplinano il culto (e non solo) in Italia, paese che ospita Ayud e i suoi fratelli nella fede (islamica). Le piazzate più o meno organizzate, col pur apprezzabile mazzo di fiori per Chiara Calati, mal si sposano con l’esigenza di rispondere a un bisogno così importante.

    Ma le ragioni principali, caro Ayud, sono di tre ordini. Inutile far finta che NON ci siano, perché sussistono. Le elenchiamo minuziosamente.

    1. La Lombardia è la regione con il più alto numero di musulmani: 409.351, pari al 26,5% di quelli residenti in Italia. Delle 12 province lombarde, 10 contano oltre 10mila individui di religione musulmana. Da anni questa zona offre al jihad globale il più elevato numero di combattenti italiani diretti verso i vari teatri di guerra, si legge in un rapporto di Limes, rivista del gruppo Espresso (quindi non stiamo parlando di Padania ed affini, ma di una pubblicazione di chi critica ogni giorno Matteo Salvini). Già in occasione del conflitto nei Balcani degli anni ’90, guerriglieri erano partiti da Milano sotto la guida dell’allora imam di viale Jenner, Anwar Shaaban, comandante del battaglione di mujahidin stranieri impegnati a difendere i musulmani bosniaci. Il capoluogo lombardo e altre realtà adiacenti hanno però assunto un ruolo cruciale con la guerra in Iraq del 2003. Dei 12 principali reclutatori noti alle autorità italiane, 7 agivano principalmente in Lombardia e almeno una dozzina dei quasi 30 jihadisti reclutati proveniva dalla nostra regione. Venendo a oggi e ai rapporti tra il vecchio continente e il Califfato, dei quasi 60 individui partiti dall’Italia per schierarsi al fianco dei ribelli anti-Asad, una decina proviene da Milano o zone limitrofe. Inoltre, della dozzina di cittadini italiani neoconvertiti partiti per la Siria o desiderosi di divenire foreign fighters. Serve pertanto una particolare attenzione, anche al di là del rigoroso dettato costituzionale sulla libertà di culto, condivisibile appieno ma scritto nel 1947, quando non era in atto una guerra epocale tra il radicalismo islamista e l’Occidente.

    2 Ancora più importante, per noi, è il tema irrisolto del rapporto tra usi, costumi e cultura Occidentali e l’Islam inteso come religione dalla quale promana una concezione spirituale ma anche civile e comportamentale. Ben diversa dalla tradizione e dal pensiero cristiano, che pone una netta separazione tra sfera spirituale e civile. Il tema centrale, lo ha ricordato uno dei massimi esperti del settore, ossia Marco Invernizzi di Alleanza Cattolica (è solo un omonimo del nostro ex sindaco, non lui..) è tutto racchiuso in una frase che nel famoso discorso di Ratisbona Papa Benedetto XVI raccoglie dalla penna di un imperatore bizantino medioevale, Manuele II Paleologo (1350 ca.-1425): «[…] non agire secondo ragione, “sýn lógô”, è contrario alla natura di Dio». L’occasione per questa decisiva affermazione del Paleologo è costituita dal dialogo da lui tenuto ad Ankara con un dotto musulmano: parlando delle «tre “Leggi” o tre “ordini di vita”», di Mosè, di Gesù e di Maometto (570 ca.-632), davanti al tentativo del suo interlocutore di presentare l’islam come il «giusto mezzo» fra le durezze dell’Antico Testamento e le «esagerazioni» del cristianesimo. “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava. […] Dio non si compiace del sangue — egli dice —, non agire secondo ragione, “sýn lógô”, è contrario alla natura di Dio”. È evidente da tutto il contesto e dal modo stesso con cui introduce la frase che Papa Benedetto XVI non intendeva assolutamente farla sua in tutta la sua portata, ma semplicemente quanto alle parole decisive: «[…] non agire secondo ragione […] è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima e non del corpo. Chi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno di una lingua abile e di un pensiero corretto, non della violenza, né della minaccia e neppure di qualche strumento di offesa o di terrore. Perché, come quando si deve forzare una natura irrazionale non avrebbe senso ricorrere alla persuasione, così per persuadere un’anima razionale non ha senso ricorrere alla forza del braccio, né alla frusta, né ad alcun’altra minaccia di morte». Se il Pontefice non è d’accordo con il giudizio drastico e indifferenziato su tutta quanta l’opera del fondatore dell’islam — «soltanto delle cose cattive e disumane» —, che forse va al di là anche di quello che lo stesso Manuele intendeva veramente dire, tuttavia è d’accordo su un punto: la guerra è vista dall’islam come uno strumento voluto da Dio per la sua espansione e questo pone seriamente il problema del rapporto violenza-religione e — soprattutto — del rapporto fra Dio e l’uso di ragione. L’obiettivo primario di Papa Benedetto XVI non era però quello di mettere in guardia l’Occidente contro i pericoli del jihad islamico, ma di fargli prendere coscienza di un rischio ancora più grave, che viene dal suo stesso interno: quello di smarrire la stretta relazione che la ragione intrattiene con la sua storia e in particolare con la sua storia religiosa, che è storia cristiana. Oggi nel mondo cosiddetto laico — meglio sarebbe dire laicista — la ragione, quando è applicata ai grandi problemi dell’uomo, quando s’interroga sul senso della vita e dell’essere stesso, cioè quando diventa «metafisica», è vista con sospetto e decisa ostilità”.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Pertanto, nell’elaborazione delle norme civili e statuali sottese alla costruzione di una moschea, sarebbe falso negare la forza ancestrale del pensiero di Benedetto, dal momento che la separazione suddetta tra ambito religioso ed ambito civile non deve né può prescindere dalla consapevolezza dei millenni di storia, CRISTIANA, che hanno innervato e plasmato il mondo nel quale viviamo (basta andare a Morimondo, per capirlo), così come lo stesso avviene in quei paesi islamici, persino quelli dove vige la Sharia, che secondo il polemista Massimo Fini, col quale concordiamo il 99% delle volte, devono essere lasciati nella condizione di vivere la vita, e la fede, nel modo che il popolo richiede. Senza intromissioni di sorta o guerre sante (o presunte tali) dell’Occidente per esportare la democrazia o altre baggianate, improponibili dove non esiste un contesto culturale e sociale in grado di farla attecchire.

    3) Da ultimo, siccome è piuttosto lungo, consigliamo la lettura di un bel report dell’HuffingtonPost (scelto apposta giacché è un giornale agli antipodi del cosiddetto populismo sovranista incarnato dalla Lega e dalla destra italiana), nel quale emerge con chiarezza come stati sovrani quali ad esempio il Qatar, che i servizi di intelligence di tutto il mondo occidentale indicano da tempo come legato doppio filo al radicalismo islamista della peggior specie, stia finanziando deliberatamente, con un disegno preciso, molte delle moschee realizzate in Occidente, compreso il tristemente noto quartiere belga di Mollenbeck, ormai sottratto ad usi e costumi occidentali in nome della legge coranica. Lo legga, caro Ayud, e cossì capirà come mai la Regione Lombarda, il comune di Magenta e il sindaco Chiara Calati FANNO BENISSIMO ad usare non i piedi di piombo, ma anche qualcosa in più, prima di concedere e legittimare quella che è l’aspirazione più profonda dell’uomo- la preghiera- ma che in questa fase storica sottosta a considerazioni di altro genere.

    Ecco il pezzo: https://www.huffingtonpost.it/2017/08/20/moschee-e-centri-culturali-finanziati-da-riad-cosi-la-dinastia_a_23154961/

    Quanto ai laicisti di ogni forma e colore, che irridono da tempo il cristianesimo e le manifestazioni di fede, e che ora si immolano a paladini dell’islamismo, beh che dire.. Tanto ridicoli lo erano ieri quanto lo sono oggi.

    Fabrizio Provera

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