Fenomenologia Sinner: un’analisi approfondita- di Teo Parini

La dovuta banalità in apertura di chiosa finale. Sinner è un grande giocatore come forse non si era mai visto alle nostre latitudini, anche se noi restiamo ancorati alla bellezza senza tempo di Panatta. Nessuno è così pazzo da metterlo in dubbio.

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In senso assoluto, s’intende, perché che sappia giocare a tennis è inutile stare a ripeterlo di continuo. Che si cerchi di rispondere alla domanda proprio ora, all’indomani della straordinaria vittoria della Coppa Davis quasi integralmente targata Sinner e quando la tentazione di farlo con toni trionfalistici sarebbe financo comprensibile, per chi, come noi, cerca di non vendere tappeti è atto informativo dovuto.

Un po’ d’ordine, quindi. Sinner è un classe 2001, ha ventidue anni abbondanti: due più di Alcaraz e di Rune, i quasi coetanei di maggiore insidia, anche se ventiquattro mesi a quell’età non sono pochi; cinque meno di Medvedev, che lo sopravanza seppur di poco nel ranking; quindici meno di Djokovic, che fa storia (e corsa) a sé. In questo preciso momento, l’analisi dello stato dell’arte può tranquillamente non includere altri giocatori, forse Zverev qualora riuscisse a ristabilirsi dal devastante infortunio occorso ormai diverso tempo fa, ed è un problema di qualità complessiva, perché la corsa allo scettro del tennis, con tutta probabilità, è ristretta a questi soli cinque: i primi quattro della classifica più il danese, che sarebbe lì in mezzo a sgomitare per il podio se solo non si fosse preso sei mesi sabbatici tra l’ultima primavera e l’inizio dell’inverno. Nell’attesa che qualcun altro si affacci ai piani alti con credenziali tecniche degne di nota, per tornare alla domanda iniziale, occorre capire, intanto, quanto siano competitivi gli avversari dell’azzurro, cosa abbiano ottenuto fino ad ora e che margini di crescita si pensa possano avere a stretto giro.

Djokovic meriterebbe un enciclopedia ma, per farla breve, è il più forte giocatore della storia di questo sport. Alcuni storceranno il naso – noi, dal canto nostro, non guarderemmo una sua partita nemmeno sotto tortura ammesso non divida il campo con uno da Kyrgios in su, quindi l’australiano e basta – ma a dirlo sono i numeri. Tuttavia, il Djokovic 2023 che balbetta, per la verità nemmeno troppo, contro i rivali di cui sopra, se incrociasse la racchetta di quello del 2011 che bastonava le migliori versioni, o quasi, di Federer, Nadal e Murray – mica Rublev, con rispetto parlando – finirebbe con le ossa rotte. Mera questione anagrafica. Ciò, per dire con tutto il rammarico del caso che il tennis degli ultimi vent’anni ha fissato la sua eccellenza su livelli decisamente superiori di quelli oggi espressi dal gotha della disciplina. Preambolo a parte, il serbo, ad ora, quando conta vince quasi sempre lui. Per restare all’attualità, che si sia preso le Finals e non la Davis, con buona pace dei vincitori che hanno sempre ragione, non è per nulla un caso. A trentasei anni, Nole ha imparato benissimo a centellinare ogni goccia di sudore e a spendersi in maniera direttamente proporzionale al prestigio della manifestazione e, sempre per non raccontare frottole, un’insalatiera non vale per intero una messa. Lo slice di rovescio tremebondo, giocato sul primo dei tre match point avuti a disposizione contro Sinner a Malaga, a Wimbledon o a New York non lo sbaglierebbe nemmeno se gli sparassero dalla tribuna. Già dall’Australia tra qualche mese, l’uomo da battere per vincere uno Slam sarà ancora lui, nonostante tutto. Sinner ha rotto il tabù e nel giro di una settimana lo ha sconfitto due volte perdendo però malissimo nella circostanza più importante. La domanda, pertanto, è se Jannik sia pronto o meno a far fuori il serbo da uno Slam. Essere considerato forte passa da lì, senza sconti.

Alcaraz è l’unico giocatore che nel 2023 ha battuto Djokovic in un frangente di palla che scotta. L’unico. Lo ha sconfitto nella partita più importante dell’anno, la finale dei Championships, a testimonianza della possibilità dello spagnolo di saper essere il più bravo di tutti. Con già due Major in saccoccia, traguardo che fa tutta la differenza del caso, Alcaraz è probabilmente il solo tennista potenzialmente epocale, per risultati e gioco, oggi in vita agonistica, una rigorosa questione di talento. Esondante, nel suo caso. Se ci si volesse fossilizzare solo su questo aspetto, quindi il saper giocare a tennis, i ragionamenti finirebbero qua perche Carlitos può vantare una qualità che sopravanza e non di poco la somma di quella in dote agli altri quattro competitor messi insieme, non c’è partita. Ciò che ancora lo separa dall’esercizio di una brutale tirannia, allora, sono una gestione non ottimale del serbatoio, a luglio era bollito ma è aspetto relativamente facile da risolvere, e, cosa assai più delicata, la voglia maniacale di essere il numero uno. In tutta onestà, su quest’ultimo punto non siamo in grado di mettere le mani sul fuoco. E a quanto pare nemmeno Ferrero, il coach, che di recente ha provato a pungolare il suo pupillo con un rimbrotto planetario. Vedremo in Australia se ha avrà sortito l’effetto sperato. Sinner, tennisticamente, non vale Alcaraz, anche se lo ha spesso battuto, ma non è una tragedia. Perché, sempre Alcaraz, e uno che non avrebbe nulla invidiare nemmeno ai Big Four anche nella loro versione deluxe, quindi non è certo una nota di demerito per l’italiano concedergli un sensibile distacco in termini di valore. Detto senza mezzi termini, si può essere molto forti e vincere molto meno dello spagnolo.

Medvedev è un altro che sa benissimo come si vince uno Slam perché in un’occasione ha demolito Djokovic ad un passo dal Grande Slam e in un altro a regalato la coppa ad un incredulo Nadal. Brutto come la morte nella mimica e divertente come una casella esattoriale nel gioco, Daniil, con la defunta qualità della prima decade del millennio, sarebbe stato poco più di un buon top ten e di certo non un dominatore, ma con i tempi che corrono il suo tennis sparagnino di contrattacco gli è sufficiente per essere incluso nell’attuale cerchia dei migliori. Sinner, che per diverso tempo è sembrato non poterlo scalfire, ha imparato a batterlo con una certa regolarità ma non ancora sulla lunga distanza, quella dei Major, che è tutto un altro sport. Insomma, per Sinner, l’essere considerato forte in senso assoluto passa necessariamente per la capacità di disporre con relativo agio, più a Melbourne che a Vienna, di un giocatore come il russo, che resta eccezionale ma che sa fare (benissimo) due cose in croce.
Rune, infine, è la variabile impazzita: la certezza è che non valga il miglior Alcaraz; il timore che si spera essere infondato è che possa avere picchi di rendimento più alti di Sinner. A valle di un 2023 orribile nel quale ha perso con imbarazzante regolarità contro giocatori di tre categorie inferiori, gli è stato sufficiente aver di fronte Djokovic per ritrovare in un amen il livello perduto. Ci ha perso due volte di seguito, vero, e una volta ha perso pure con Sinner, ma sempre sul filo di lana. In condizioni psicologiche di scarsissima fiducia, causa assenza di risultati degni di nota alle spalle, e fisiche di inerzia azzerata. Che, tradotto, significa avere possibilità future enormi qualora Becker, il suo nuovo allenatore, riuscirà a gestire un cavallo pazzo conscio del suo talento e, cosa che non guasta, infarcito di autostima tendente alla spocchia come solo i campioni sanno essere. Sinner gli concede il lusso di una mano decisamente più educata ma, almeno per ora, dispone di un colpo del ko che Rune non ha nelle corde e di una migliore capacità di esercitare pressione all’atto di condurre lo scambio. A bombardamento, insomma, Jannik si fa preferire. Anche in questo caso, essere forte, e sempre in senso assoluto, impone quantomeno di fare corsa spalla a spalla con Rune anche quando scende dal letto con il piede giusto e alza i giri del motore. Impegnativo ma sulla carta fattibile.

La dovuta banalità in apertura di chiosa finale. Sinner è un grande giocatore come forse non si era mai visto alle nostre latitudini, anche se noi restiamo ancorati alla bellezza senza tempo di Panatta. Nessuno è così pazzo da metterlo in dubbio. Accantonati, però, i titoli da leggenda di questi giorni, per la verità sui generis perché viziati dalle scorie di una stagione agli sgoccioli, sarebbe meglio restare con i piedi per terra. Ci sono anche gli avversari e, per quanto detto, sono attrezzati e agguerriti anche più di quanto già visto. Accostare San Sinner da San Candido ai grandi del passato di questa disciplina è, in questo preciso momento, un azzardo.

Due i motivi. Il primo è che per dare sostanza alla teoria occorre anche la fortificazione della pratica, quindi mettere a referto risultati pesanti. Un esempio? Battere Djokovic in finale ai prossimi Australian Open sarebbe un ottimo inizio. Il secondo è squisitamente tecnico e meriterebbe anch’esso un lungo discorso a parte. Sintetizzando, però, Cahill e Vagnozzi, gli allenatori, sono chiamati ad aggiungere qualità in diversi frangenti del gioco di Sinner che oggi, detto nel contesto del gotha dove è necessario fare le pulci ai tennisti, risulta scevro da efficaci variazioni sul tema. Un tema meraviglioso, quello azzurro, ma che resta uno. Trattasi dell’esigenza del sapere fare con costrutto più cose possibili per fronteggiare le difficoltà impreviste proposte da incontri via via più complessi.

Con la consapevolezza che la mano non troppo educata, tipo quella di Sinner se paragonata a quella di un Alcaraz o di un Musetti, è sempre questione immutabile se non per intercessione divina. Quindi sì, è forte Sinner. Fortissimo. Che, in quanto a vittorie – considerato che per il gioco esaltante sarà sempre necessario rivolgersi altrove – possa diventare un giocatore segnante un’epoca, invece, è una delle possibilità concrete sul tavolo del tennis. Non è poco e lo scopriremo presto.

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