Fellini nove e mezzo

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    MAGENTA – Quarantaquattro anni fa. Millenovecento settantaquattro. Un marzo dalla pioggerellina che picchia argentina sui tegoli vecchi… del vecchio palazzo comunale pre restauro, piazza Formenti. Ore ventuno e trenta. Bar dei Portici, sulla destra entrando in galleria, allora come oggi, solo che il caffè era doppio occupando anche il piccolo negozio adiacente. Ore ventuno e trenta, una serata morta. Credo un mercoledì. Arrivo con il mio Malaguti tre marce, cinquantino elaborato a sessanta. Ho sedici anni, non ritorneranno. Lo vedo quel ragazzo, capello lungo, Ray Ban, basco nero, loden grigio scuro, stivaletti. Ah, l’odore di quella pioggia lucente come smuove la carne, quasi una promessa di immortalità.

    L’uggiosa invernata passata, passata… terza liceo; ah, come consola quella poesia di Novaro mandata a memoria. Imparate le poesie a memoria, solo questa lingua rimane, è la nostra unica eredità. Ma andiamo avanti. Trapassi la Magenta già dormiente, la Magenta dei mille e mille operai che la mattina presto, le sirene ùùùùùù, andavano pedalando alle fabbriche. Via Cavour, Turati, via Cavallari, dentro per la via Volta, tiri a manetta l’acceleratore a filo Magura, gli occhiali bagnati, la faccia lavata, strade deserte, leggero controsterzo e lasci il mezzo di sghimbescio proprio al centro della galleria, davanti il caffè dalle mezze tendine alle vetrate. Un’asciugata con il palmo della mano aperto, accendi la tua Gauloises Bleu, spingi la porta che stride un poco sui cardini, entri. Il caffè ha ancora l’odore aspro dei bianchi serviti per l’aperitivo con i sottaceti. Il pavimento cosparso di segatura nel profumo del bosco. Sono in allenamento. Il papà di una mia amica mi tiene come socio per il torneo di scopa d’assi che si tiene il sabato pomeriggio al Bar Vittoria, che insisteva in piazza Vittorio Veneto, angolo del monumento.

    Occorre stare in campana. Quindi il mercoledì ci si incontra per un’ora di practice a due, scopa d’assi a dieci carte, dove occorre ricordare tutte le calate, cioè le carte. Non si può perdere la concentrazione. Un’ora. Faccia a faccia, e silenzio. Lui sapeva giocare le carte. Qualche mese fa un ragazzo mi ha detto che il suo papà, riconoscendomi in piazza, gli ha detto che mi aveva visto giocare a scopa d’assi, e gli ha detto testualmente: “Quello lì è uno che le gioca le carte”, e, perdonatemi, per chi gioca è un Nobel. Via. Avanti. È passato il mondo per Dio. Entro. Sono puntuale. Sediamo. Smazziamo. Concentrati. L’uomo, non faccio il nome che magari gli eredi se ne hanno a male, mi richiama due o tre calate. Alle dieci e trenta dice che va bene. Se ne va, a casa? Ma no. Non importa. Cincischio. Ho sedici anni, Cristo santo. Sedici anni. Non lo so che non torneranno né lo intuisco. Dal soppalco stanno giocando a ramino. Sopra il bancone era stato alzato un sopralzo, c’è ancora. Allora si giocava. Sono in quattro. Due ancora vivi. Ci hanno messo su i soldi. Non gli si può rompere i coglioni. Infilo una moneta da cento lire nel juke box. Mi aveva preso una canzone di Oscar Prudente: Nata libera. Dal piano superiore protestarono che la musica rompeva le balle, bestemmie in duplex piovvero. Il barista se ne stava appollaiato su di uno sgabello dietro il banco, bevicchiava un vermouth. Fumava. Allora fumavano tutti ed era bellissimo. La virginale bruma del tabacco fasciava a nube il locale, e quando la porta s’apriva una folata se ne usciva per l’alto cielo.

    Fari, una Mercedes 380 SEL metallizzata in azzurro manovrando a fatica parcheggia lì di fronte. Prende due posti. Chi sono questi pirla qui, così il barman. Ne esce un uomo già pingue, indossa un cappotto cammello con la redingote ed un cappello a falde larghe, guarda il mezzo e dice qualcosa al guidatore che alza le spalle. Sono vecchi, così per un sedicenne che alza la vecchiaia insormontabile già ai venticinque. L’autista calvo e magrissimo indossa un abito nero attillato sopra una camicia bianca plissettata ed una sciarpa rossa, arrivano i gagà, ancora il barista che non si smuove dal trespolo. Si guardano intorno. La piazza Formenti dal pavé lucente di pioggia, i tegoli muschi del palazzo comunale, luce lontana dei due lampioni, ombre fisse in bianco e nero. Mentre Oscar Prudente viene riposto nella teca dal braccetto meccanico entrano nel silenzio del locale. L’uomo col cappotto cammello indossa scarpe di coccodrillo. L’altro scarpe rosse di vernice. Com’era costume si tocca l’ala del cappello, buonasera a tutti. La sua voce ha un suono innocente, d’un infanzia coltivata. Siedono. Ordinano un Punt e Mes. Toccasana ad ogni ora del giorno. Confabulano sottovoce in francese. L’uomo col cappotto cammello ha un volto che il barista lo osserva attentamente. Corruga la fronte, fa per palare, gli trema il labbro ma tace. Lo guarda ancora mentre accende un’altra Nelunga per concentrarsi. Io sto lì, seduto. Vorrei bere un Punt e Mes anche io ma non oso. Non accadrà mai più da allora. Accendo una sigaretta e cerco un tono davanti al juke box.

    Un’altra vampata di luce. Si ferma dietro la Mercedes una Cinquecento giardinetta. Dal colore indefinibile e smarmitatta. Sappiamo chi è. Lui esce, apre il portello e traffica. Poi camminando a strattoni s’avvicina all’ingresso. Già rogna a voce alta con qualcuno che non si vede. Apre la porta del bar ed entra tirando dietro una corda tesa. Strattonando un collare abbozzato trascina un gatto mai visto. L’uomo in cappotto cammello si toglie il cappello osservando l’animale in uno sbigottimento visibile, ed in quella il barista grida che lui è Fellini, il Federico Fellini del cinema e che per la Madonna solo adesso l’ha riconosciuto. E lui, l’uomo della cinquecento dice che è un bel pirla a prendere due posti con il baraccone tedesco e che ha portato dietro un leone di due mesi che gli stava scorreggiando in macchina un tanfo che non si può tenere più. Il barista chiama quelli di sopra che c’è Federico Fellini nel bar e da lassù i mannari lo mandano affanculo, lui e il Fellini, e quel pirla del Torre con il suo juke box, che ci hanno messo su una mesata a ramino. Barboni, grida l’uomo del leone, barboni tutti, ci ho qui un leone di due mesi. Fellini ha cinquantaquattro anni, tre Oscar, sorride il sorriso di un bimbo e non ha occhi che per il piccolo leone che sta strappando la corda con i suoi denti candidi in guizzi di ferocia ancestrale.

    L’uomo gli si china e lo piglia per la collottola carezzandolo rudemente e gli sfila il cappio. Il leoncino balza su un tavolino, è il doppio di un gatto domestico ma non è per nulla un gatto. Inizia a lavorare alla tovaglia sotto gli occhi del barista allibito mentre l’uomo del leone gli dice di non fargli niente che lui non ti fa niente ma se gli fai qualcosa lui ti stacca i coglioni che tanto con quella faccia da pirla non ti servono a niente. Fellini sorride con l’incanto di un beato. Il suo accompagnatore pare nervoso. E allora l’uomo del leone requisisce tutte le brioches in mostra dentro una boccia di vetro, le scarta dal cellophane e allunga un cornetto alla volta al leoncino, ritirando di scatto le dita, che ne divora ognuna in due bocconi. Il leone sta in agguato sul tavolino dove ha già dilaniato la tovaglia di cotone lunga sino al pavimento. L’uomo del leone svolta dentro il bancone e cerca una ciotola e la riempie di acqua, perché questi qui, dice, sono come i bambini che dopo aver mangiato devono subito bere.

    E Federico Fellini, già in piedi, aggiunge che, se sono come i bambini, dopo aver mangiato e bevuto poi fanno la cacca, e ride. Ride. Ride. Saluta tutti ed esce con l’uomo del leone che sposta la cinquecento giardiniera per lasciare alla Mercedes lo spazio di manovra. Mentre è fuori il piccolo leone balza sul pavimento, s’accuccia e caga. Ne mette giù una lotta di un puzzo acre. Per quattro giorni il caffè ha tenuto le porte aperte.

    E.T.

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