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Fabrizio Tassi, il mistico che contempla la materia (e si nutre di cinema.. e meditazione)

Il più brillante intellettuale abbiatense (assieme a Manuel Agnelli) ci racconta del suo nuovo libro (e si racconta), mentre Provera guarda i culi delle ragazze al bar Castello e lui fissa il cielo (e Pier Strazzeri ci parla dell'amore 'lungo' decenni)

 

ABBIATEGRASSO – Cartografia di un’anima.
Lettere letture foto ricordi diari film poesie racconti fantasie romanzi (quasi) mai finiti libri appena cominciati elenchi di oggetti ritrovati canzoni visioni ritagli di giornale appunti filosofici esercizi spirituali scatoloni accumulati cumuli di idee meditazioni.
E poi “quello”: la gioia sovrumana, la pace assoluta e perfetta, l’estasi che allarga il cuore e la mente a dismisura, fino a comprendere ogni cosa. Un’esperienza. L’esperienza. La cosa dell’altro mondo. Cos’è? Da dove viene? È un traguardo o solo un’indicazione del percorso? Un trip mistico da opporre alla realtà quotidiana, per chi va in cerca di emozioni forti, o la realtà come dovrebbe essere?»
(Intro)

 

Che l’amico e collega di blasone antico e accettato Fabrizio Tassi, 47 anni, sposato con 4 figli (chapeau)- giornalista, critico, scrittore, operatore culturale, Direttore di Aquerò, Vicedirettore Cineforum, ormai tra i più autorevoli critici cinematografici italiani-  sia col tempo diventato un mistico lo dimostrano due cose. Ha pubblicato il suo ultimo, bellissimo (e difficilissimo, ma non se ci si mette in ascolto) libro (‘Come il volo lontano degli uccelli nella pace della sera-Mistica domestica’,  a me pareva una sorta di titolo alla Lina Wertmuller, invece trattasi di citazione buddhista), per i tipi della Gilgamesh Edizioni, una casa editrice mantovana con distribuzione nazionale che si prefigge come obiettivo quello di pubblicare opere che, indipendentemente dalla loro “vendibilità”, siano di valore.

“Il nostro intento non è quello di guadagnare a tutti i costi, ma di far conoscere gli autori che decidiamo di pubblicare e di sostenere. Per questa ragione, ad esempio, le tematiche trattate nei nostri titoli non saranno sempre e necessariamente codificate o conformate secondo la moda letteraria del momento; così come il linguaggio non sarà obbligatoriamente “semplice”, diretto e fondato sulla paratassi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiaro..

La seconda dimostrazione del suo ormai conclamato misticismo è che durante la nostra intervista, sabato scorso nel primo pomeriggio in un tavolino all’aperto del bar Castello, con 16 gradi e un bel sole, in un’ora e 15 minuti (la durata della registrazione vocale sul mio telefono, che poi per motivi a me oscuri si è cancellata: dev’essere il misticismo informatico..), passano almeno 5 ragazze dal culo bellissimo. E io le guardo tutte. Lui neppure una. Fissa un punto del cielo, nell’orizzonte, e mentre questi glutei aggraziati ci passano di fianco lui non fa un plissè. Forse perché è consapevole del titolo di (fu) giornalista più bello dell’Est Ticino, conferitogli da Roberta Nencini molte lune fa, sottraendo lo scettro al sottoscritto. Che da allora soffre Tassi come avviene per la sindrome di Stendhal dinanzi a un quadro..

Perdonerete le ultime 11 righe di follia, vergate da un 45enne in analisi da oltre 2 anni, con enormi conflitti irrisolti, le Idee più proscritte che ci siano e una incontenibile joie de vivre. Il nodo è che Fabrizio Tassi ha scritto un libro destinato a rimanere per anni e anni, giacché 30 ce ne ha messi per scriverlo, ed almeno altri 30 potrà durare, in ragione della forza titanica, ancorché sgravata con una lievitas scrittoria molto apprezzabile (e una leggerezza di derivazione calviniana).

Perciò adesso prendetevi tempo, una bibita, un tramezzino e un pop corn. Scriviamo una valanga di cazzate, io per primo. Ci vuole del tempo per leggere quanto segue, sappiatelo. Ma NON è tempo sprecato. Anzi..

Amico mio, che titolo.. Ma quanto tempo ci hai messo, a scriverlo?

Qualche decennio, direi tre. Si tratta del classico diario di una vita, che descrive una vita di incontri, letture, esperienze. Di libri, cinema, e molto altro ancora.

La forma del diario aiuta il lettore, anche perché spazi da Kubrick a Nietzsche, da Guenon a Evola, dalla storia della filosofia al dibattito politico e ai temi etici..

Non avrei potuto fare altrimenti. Dentro queste pagine ci sono io da ragazzo, da studente, da giornalista, marito, padre, critico, appassionato, lettore, appassionato di Oriente..

Io ti ho sempre marchiato come progressista..

Lo so (ride), ma non è propriamente così.. E’ più complesso.

Da che famiglia vieni?

Da genitori emiliani, che hanno sempre unito la fede comunista all’esperienza cristiana.

E perché arrivano ad Abbiategrasso?

In anni lontani, come accaduto a moltissimi, per una ragione semplice che si chiamava Mivar.

Quindi oggi come ti definiresti, a 47 anni?

Tendenzialmente un liberale.

Spero che a 20 anni fossi più incendiario, liberale a 20 anni è come essere il Principe Valium in Balle Spaziali..

A 20 anni andavo anche alle marce dei marxisti leninisti..

Ah ecco, meglio..

Siamo tutti figli delle nostre evoluzioni..

Bene, allora entriamo nella carne viva della nostra contemporaneità. Immigrazione problema complesso, soluzione non facile.. Il tuo giudizio in merito?
Faccio fatica a pensare “l’immigrazione”. Nel senso che fatico a vedere il problema in astratto. Vedo solo degli esseri umani. Penso al coraggio che ci vuole a lasciare tutto per una speranza che spesso è solo un miraggio. Se poi vogliamo parlare di politica, qualcuno dovrebbe chiedere scusa per il modo in cui è stata sottovalutata la questione nel corso degli anni. Ma l’idea delle frontiere chiuse è anche più stupida di quell’altra, che immaginava frontiere spalancate senza preoccuparsi di governare il fenomeno. La realtà è complessa ed esige soluzioni complesse. Io sono per il confronto, la contaminazione, amo la diversità, come amo le tradizioni, le culture radicate. Non sogno certo dei ghetti in stile banlieue parigina, ognuno chiuso nella sua isola, ma un luogo ideale in cui ognuno sia libero di cercare la propria felicità, rispettando il diritto degli altri a fare altrettanto, sulla base di pochi principi fondamentali. Una cosa tutta da inventare.
Torno al punto di prima, allora.Ti definisci liberale ma sei stato un radicale di sinistra da ragazzo. C’è un filo di continuità? 
 Bisogna intendersi sui termini. Come si fa oggi a non essere liberali e democratici? A lavorare per costruire uno “spazio aperto” in cui ogni individuo, cultura, identità sia libera di esprimersi e di realizzare se stessa? Questo deve fare uno Stato, assicurare diritti (e doveri), libertà, opportunità, una distribuzione equa delle risorse. Non deve certo dirci come vivere, o in cosa dobbiamo credere. Questo per me è il “liberalismo”, solo un modo di amministrare il reale. Non c’entra niente con il “liberismo”. E lo ritengo molto più “radicale” (soprattutto nella sua forma più libertaria) di ogni forma di statalismo, nazionalismo, autoritarismo di destra o di sinistra. Un tempo pensavo che la politica fosse uno strumento utile a cambiare il mondo. Oggi credo che il mondo si possa cambiare solo dal basso, cominciando dalla vita di ognuno, dal modo di rapportarsi con gli altri e “fare comunità”. Credo all’uguaglianza ma anche al merito. Capisco chi ha nostalgia per un modo di essere comunità fondato su ideali, simboli, tradizioni “esclusive”, ma non vedo alternative alla convivenza. (Nda Lunedì scorso, a un convegno commemorativo di Pino Romualdi, si è ricordata la politica che fondava le città, non i quartieri, e che la vera politica si fa con la politica estera e fondando ogni azione sulla geografia e sulla geopolitica. Personalmente continuo a pensare che sia nobile, e giusto, combattere ogni giorno per QUESTA idea di politica).
Cristiano e non cattolico: perché?
Penso che la tua sia una domanda malposta.. Sarebbe meglio tu la trasformassi in una domanda sulle religioni e l’essere religioso, ti rispondo così: le religioni, oggi, non godono di buona letteratura, eppure continuano ad essere uno strumento straordinario a nostra disposizione, qualcosa che ci può ad aiutare a diventare degli esseri umani migliori, il che significa anche entrare in comunicazione (interiormente ed esteriormente) con “ciò che ci supera”. Ma, come tutte le cose umane, a volte vengono usate per questioni di potere e rischiano di diventare una forma di oppressione (delle coscienze, innanzitutto). Il problema non è essere cattolici o ortodossi, buddhisti o musulmani, questo dipende da dove sei nato. La differenza la fa la capacità di andare in profondità nella pratica, i riti, i simboli, gli insegnamenti, nella ricerca della verità, non riducendo la religione a una forma di conformismo superficiale, un vestito da indossare. Io delle religioni amo il tesoro che custodiscono, le forme rituali, le discipline spirituali, e temo il “dispositivo”, il contenitore che rischia di diventare più importante del contenuto. Quando si va in profondità, si trova sempre la stessa cosa, l’ineffabile, a cui l’uomo ha dato tante forme diverse.
La meditazione e il fascino per l’oriente: una passione giovanile o una pratica della tua vita ‘adulta
 L’Oriente l’ho scoperto da ragazzo (prima ancora di cominciare a studiare la filosofia occidentale), ma non c’entra l’esotismo, non era una questione estetica o una fascinazione. Nelle tradizioni orientali ho scoperto pratiche formidabili, una visione della vita più vicina alla mia, che mette al primo posto l’armonia con le cose, la ricerca interiore, un senso del sacro inscritto nella natura. Ho riscoperto lo spirito, che dalle nostre parti è stato soppiantato dalla morale (il moralismo). E grazie a quelle pratiche, la meditazione soprattutto, quelle letture ed esperienze, ho riscoperto anche la mia tradizione religiosa, o meglio, ciò che di quella tradizione non mi avevano insegnato. Sì, oggi pratico ancora, sempre più intensamente, e credo che se a tutti insegnassero a coltivare una vita interiore, a governare la mente, a godersi il silenzio, a guardare con (amorevole) distacco ai propri pensieri, a praticare la compassione e l’amore gratuito, vivremmo in un mondo decisamente migliore. Lo si può fare da cristiani, da buddhisti, da islamici… Anche da agnostici pieni di sani dubbi.
Il Fiume, il Ticino.. Torna spesso nei tuoi discorsi, nella tua pratica quotidiana. Cosa rappresenta, per te?
Scorre da qualche parte dentro di me. Ho passato innumerevoli ore a contemplarlo in silenzio, ad ascoltare il rumore dell’acqua, o il vento tra le foglie. Il fiume è, semplicemente, come gli animali che ci vivono, come gli alberi, le nuvole, l’aria. Stanno lì a ricordarci qualcosa che è anche dentro di noi.
Hai rischiato di fare l’assessore alla Cultura, in pratica. Oggi lo rifaresti?E domani?
Oggi no. Allora mi affascinava la possibilità di trasformare le mille idee che avevo, anche improbabili, in cose utili per la città. Ingenuamente, forse. Oggi mi rendo utile in altri modi. Ad esempio con le lezioni nelle scuole, il nostro futuro. Preferisco avere a che fare con le persone, le singole coscienze, piuttosto che con i personalismi della politica e le burocrazie.
Il Tabu Festival è stato occasione persa? Evento incompreso? Oggetto di battaglia politica? O nessuno di questo tre?
Perché un’occasione persa? Semmai è stata un’occasione guadagnata: riflessioni importanti, temi alti, confronti con filosofi, scrittori, teatranti, musicisti, momenti di bellezza che hanno nutrito centinaia di persone. A me quello interessava. Così come a chi lo organizzava insieme a me, a partire da Daniela Colla. Tutto il resto erano chiacchiere e beghe di cortile, che abbiamo dovuto sopportare per due anni. L’evento è stato compreso benissimo da chi l’ha vissuto. Altri, invece di contribuire a migliorarlo, si sono limitati a guardarlo da fuori, a giudicarlo senza conoscerlo, come capita spesso dalle nostre parti. Amen. Ora organizzo un festival a Milano, domani magari ne farò uno a Roma, non lo so, ciò che conta è la sostanza, le idee, le emozioni, tutto il resto è una fatica che ti sobbarchi solo perché pensi che ne valga la pena.
Guardo Abbiategrasso e, dai tempi di Roberto Albetti ad oggi, passando per Gigi Arrara e Cesare Nai, vedo una politica che NON riesce a incidere sulla realtà, a cambiarla. Sei d’accordo?
Non lo so, a dire il vero.. Forse quella che dici non è più la funzione della politica.
Però negli anni di Arcangelo Ceretti, dal 1994 al 2002, furono poste le basi per molte iniziative poi durate negli anni, anche a livello culturale. Oltre che architettonico ed alla crescita dei residenti.
Altri tempi e altri fondi a disposizione.. Luca Del Gobbo a Magenta ha fatto moltissimo, ma con quelle disponibilità avrei fatto parecchio anche io. Detto questo sono stati indubbiamente anni di grande fermento.  Poi sono d’accordo sulla vitalità dell’Abbiategrasso di quegli anni: tanto per dirne una, le mie prime esperienze cinematografiche (nel senso del grande cinema) le ho vissute da ragazzino grazie al Cinecircolo Fabbri e alle sue rassegne al Nuovo.
Nel silenzio di chi non se ne accorge, Luca Cairati ha diffuso e irradiato la cultura teatrale da Abbiategrasso a Magenta, a Vittuone, a Boffalora, Corbetta.. Casi virtuosi ce ne sono
Senza dubbio, Cairati è stato bravo e appassionato. E con lui i vari Brandalease, Cordara, persone, artisti ed operatori culturali che hanno costruito la propria professione a partire da quelle esperienze risalenti agli anni 90. Penso ovviamente anche a persone come Anna Traini e Matteo Curatella.
E se domani per magia diventassi assessore alla Cultura di Abbiategrasso e dovessi fare UNA cosa, una sola?
Mah… Forse mi metterei in ascolto. Non chiamerei le associazioni e gli operatori culturali in Comune, andrei io da loro. Uno ad uno. Per fare un’opera di raccolta. Ascolto, appunto. Ci sono moltissimi abbiatensi che fanno cose egregie e di valore a Milano, senza che ad Abbiategrasso si sappia.
Come il nuovo spazio culturale di Manuel Agnelli a Milano..
Esatto. Il suo talento multidisciplinare, non solo musicale, lo si è visto molto bene nei programmi che ha realizzato su Rai 3. E ovviamente anche in questo nuovo spazio.
20 anni dalla morte di Kubrick. Genio assoluto o fenomeno di sopravalutazione?
Genio immenso, da Odissea a Barry Lindon, fino ad Eyes Wide Shut.
Vince Cruise o vince Nicole Kidman, nella prova di bravura attoriale?
La Kidman. Anche se lui ha la parte più difficile, vivere un sogno senza rendersene conto. Kubrick ha tirato fuori i loro demoni (daimon), qualcosa che forse non sapevano di essere.
Kubrick o Tarantino?
Kubrick è uno di quei registi che ti insegnano a guardare, se sai guardare davvero i loro film. Cinema che ci supera.
Però Pulp Fiction..
Opera immortale, spiazzante, devastante. Cinema fatto di cinema che inventa un nuovo modo di intendere il cinema.
Il tuo cinema, oggi..
Beh, Malick..
Cazzo io ho provato a vedere 5 suoi film, mi sono addormentato tra il minuto 12 e il 27..
Sbagli (sorride), Malick insegna lo sguardo, che è diverso dal vedere.
Altri?
Ripensando ai film, spero che tu abbia visto Paterson di Jarmusch, che ami Kechiche (nessuno canta i corpi, il sesso, la vita come lui), che ammiri Nolan. Paul Thomas Anderson (Il filo nascosto), Noval e Villeneuve, l’amato Clint Eastwood.. Poi c’è tutto il cinema orientale: Weerasethakul (lo Zio Bonmee!), Tasi MIng-liang, Hou Hsiao, Hsien, Lav Diaz… il mio ossigeno
E dalle nostre parti?
Ovviamente il grande Gianni Amelio. Tra gli italiani mi piace citare Cosimo Terlizzi, che ho selezionato al festival (Dei, bellissimo film)  e non posso dimenticare Simone Massi, un artista unico, con cui ho avuto l’onore di lavorare in diverse occasioni.
Sui temi etici come ti senti? Diritti civili? Fecondazione? Esiste o meno una ideologia gender?
Come ho già detto, io sono per la libertà. I diritti si modificano insieme ai cambiamenti della società in cui viviamo. E ogni volta che questo accade, qualcuno crea un nuovo fronte, si innalza un muro, pensando di difendere la “verità”, la realtà come la intendiamo noi, come ce l’hanno insegnata. Che straordinaria rivoluzione, se tutti capissero che la propria identità sta molto più in profondità rispetto al “vestito” che si trovano a indossare, quella cultura, quelle convinzioni ereditate, quel colore della pelle. Dall’altra parte mi fa sorridere anche la smania di chi pensa alla libertà come una sorta di liberazione da qualsiasi legame, come un poter fare tutto, a prescindere, figlia di quella cultura arrogante che guarda alle tradizioni e alle religioni come una superstizione per uomini ingenui. Ceronetti li chiamava gli “intelligentissimi cretini”. Gente che non riesce a capire quanto sia importante avere delle radici, una storia, un’identità con cui confrontarsi e in cui innestare i cambiamenti. Anche qui, si tratta di mediare, accettare la complessità e il confronto tra valori e ideali diversi.
Il ricordo di tuo fratello- morto in un incidente quando aveva 23 anni, e tu 16- e il capitolo dedicato a tuo padre: i più difficili da scrivere?
Quando si scrive un libro così personale, ci si lancia nel vuoto, senza pensare dove si andrà a finire. Non ho il talento necessario per trasformare le mie esperienze (ciò che penso di aver imparato sulla vita) in romanzo. Non ho la presunzione di poterle insegnare, di svolgerle in un saggio o un manuale di self-help. Ed ecco quindi il diario, in cui mi trasformo in un personaggio, che racconto da dentro ma che guardo da fuori. Mio fratello era un mito per me, avevo sedici anni quando se n’è andato: scrivere quella cosa è stato come tornare a parlare con lui, trovare quella pace e quel legame profondo che sta sotto, dentro, intorno al dolore. Mio padre è una persona di straordinaria generosità e bontà, come mia madre, fanno parte di un’altra epoca, un’altra civiltà: io, con tutta la mia “cultura”, spero un giorno di essere all’altezza della loro umanità. (Nda: sono due capitoli bellissimi e intensi)
Senti un po’, vuoi spiegare a un disgraziato relazionale come cazzo si fa a stare con la stessa donna per 20 anni, o 30, o 40?
La domanda è mal posta. Detto così, sembra un un sacrificio. Quando incontri la persona con cui senti di voler stare, che ti completa, che ti fa star bene, la domanda diventa: come fare per meritarmela? Con gli anni, l’amore diventa sempre più un compito, qualcosa su cui devi lavorare, con grande pazienza, perché la convivenza porta con sé anche la fatica, l’abitudine, le incomprensioni. Ma ciò che guadagni è incommensurabilmente più grande. Un po’ come quando scrivi un libro, o componi una sinfonia, o costruisci una casa: ci vuole un bello sforzo, tanta creatività, ma quante cose scopri facendolo, e quanto è straordinario a volte il risultato? L’amore è quella cosa lì, mica solo un fuoco d’artificio: non sta in superficie, non esplode in mille luci colorate, ma scava in profondità, ti fa conoscere meglio te stesso e l’altro.
Interviene Pier Strazzeri, che sul tema è abbastanza ferrato: ‘Anzitutto lo si fa non pensandoci. E poi stare con la stessa donna per 20 o 30 anni non significa stare fermi, ma in perenne movimento’.
Bah, se lo dite voi.. Io mica ci ho capito molto. Fabrizio Tassi presenterà il suo libro domenica 17 marzo, dalle 10.30, con Iniziativa Donna al Castello Visconteo. Siateci.
Fabrizio Provera
“Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in sé stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l’incubo dei potenti” –  E. Junger, “Trattato del Ribelle”
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