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EuroPa, le dimissioni di Mirko Di Matteo e i danni senza fine del giustizialismo manettaro

Noi siamo dalla parte del direttore dimissionario

 

 

LEGNANO – A distanza di quasi 30 anni da Mani Pulite, dal giustizialismo intriso di odio, dall’abuso della carcerazione preventiva, dall’inutile ammonimento di Renato Amorese, defunto suicida esponente socialista in quel di Lodi (‘fiat iustitia et pereat mundus, state conducendo l’inchiesta in modo disumano’), l’Italia non si è ancora liberata dall’abbraccio mortale del giustizialismo.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello delle dimissioni, la cui notizia risale a ieri, di Mirko Di Matteo da direttore di EuroPa Service, la società con sede a Legnano.

Due veloci premesse: EuroPa è una realtà emergente nel settore dei servizi alla pubblica amministrazione, cresciuta sino a dare lavoro a 70 persone e liquidata da certi gazzettieri dell’antipolitica come ‘carrozzone’, ovviamente senza MAI entrare nel merito dell’attività svolta dalla società.

A maggio il direttore Mirko Di Matteo viene raggiunto da una informazione di garanzia nell’ambito della ben nota inchiesta che ha portato all’arresto preventivo, rieccoci, di sindaco e vicesindaco della città del Carroccio.

Andiamo con ordine e vediamo i toni del comunicato diffuso a maggio dal cda di EuroPa e dal suo presidente Roberto Colombo, sindaco di Canegrate e uomo addentro alla politica da decenni. Quindi non certo uno di primo pelo.

“Abbiamo esaminato, per quanto di nostra competenza e per quanto conosciuto, la posizione del direttore dott. Mirko Di Matteo, che come sapete è stato raggiunto da un avviso di garanzia. Avviso che riguarda la modifica di un bando di gara per la ricerca di un fiscalista; modifica che effettivamente è stata effettuata.

Premesso che era nei poteri del direttore modificare il bando, cosa che ha fatto senza informare il CdA, ricordo che la ricerca di un nuovo fiscalista era opportuna sia per la giusta rotazione degli incarichi (il precedente era in carica da anni) sia per il possibile risparmio (che in effetti si è verificato) dovuto alla gara.

Quindi la gara si è svolta regolarmente, senza produrre danni all’azienda”.

Bene. Anzi no. Posto che l’ordinamento giudiziario, quindi anche la Procura di Busto Arsizio, INTENDE l’informazione di garanzia come strumento a TUTELA dell’indagato, e che le dimissioni di Di Matteo non erano né dovute né richieste da alcuno, ci sarebbe piaciuto che Roberto Colombo avesse preso più coraggiosamente le difese del suo direttore. E non vogliamo certo credere che alcuni toni di quel comunicato, a giudizio di chi scrive poco eleganti, siano riconducibili al fatto che Colombo è un uomo di sinistra e che gli arresti hanno colpito Lega e Forza Itala. No, non vogliamo crederci.

Allo stato dell’arte Mirko Di Matteo è indagato per una autentica fregnaccia, NESSUNO lo accusa di aver malversato, rubato o corrotto. La sua stessa società chiarisce l’accaduto, in attesa che i tribunali si pronuncino senza mai dimenticare che Di Matteo è INNOCENTE FINO A PROVA CONTRARIA E SINO AL TERZO GRADO EVENTUALE DI GIUDIZIO.

Ma queste sono stronzate, per i giustizialisti che si eccitano al solo sentir evocare il tintinnio di manette vere o virtuali.

Abbiamo conosciuto Mirko Di Matteo anni fa, penso fosse il 2015 o giù di lì. Un giovane manager capace, deciso, abituato a fare e decidere, con pochi fronzoli e senza nessuna derivazione politica o partitica. Un manager in gamba, che assieme al suo presidente Luca Monolo- lui sì politico, e ci mancherebbe, EuroPa è a capitale pubblico, e i politici rappresentano il consenso popolare- ha trasformato la società in un piccolo gioiello che produce valore e occupazione.

Ma questo non è bastato, dal momento che Mirko Di Matteo si è dimesso. Noi NON conosciamo alcun retroscena, ossia se siano state dimissioni ‘indotte’ o magari per lui si stiano per aprire le porte di una grande società.

Non lo sappiamo ma quanto successo NON ci piace, come non ci piacciono in alcun modo lo scomposto blaterare dei giustizialisti e tutti, nessuno escluso, i corifei della cultura del sospetto che vedono ombre dietro ogni successo imprenditoriale. Non ci stupisce, generalmente sono persone che farebbero fallire un chiosco di bibite, o che non prenderebbero neppure come steward allo stadio San Paolo. E il solo pensiero che Mirko Di Matteo sia stato- foss’anche di striscio- colpito dalla miseria intellettuale di questi cazzoni ci procura una netta, profonda sensazione di amarezza.

Fabrizio Provera

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