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Entrare a Chernobyl, per ricordare il più grande disastro nucleare della storia (VIDEO). Dal nostro inviato Graziano Masperi

Migliaia i visitatori, ancora pochi gli italiani. Il reportage

CHERNOBYL – Se da una parte sono aumentati parecchio i visitatori della zona di esclusione di Chernobyl, dall’altro gli italiani restano pochi. Paura di rimanere contaminati nonostante le rassicurazioni che tutto si svolge in sicurezza. Questa la motivazione. Eppure andarci con una guida locale preparata e addestrata non è rischioso. Lo abbiamo sperimentato con Olexander. Una delle guide di Kiev che ci ha condotto nel territorio del più grande disastro nucleare della storia i cui effetti continuavano tutt’oggi e rimarranno per sempre. Non ci siamo andati per la serie TV, lo avevamo deciso molto prima. Raccontiamo l’esperienza di viaggio, non la storia. Quella l’hanno raccontata al meglio nella serie TV e la si può reperire ovunque su internet. Raccontiamo le nostre impressioni per coloro che, magari, vorranno intraprendere questa esperienza ricca e significativa. Si parte da Kiev con un pulmino. Tutti stranieri, inglesi soprattutto. Olexander si è stupito quando ha visto, tra le prenotazioni, tre italiani. “Lo scorso anno erano quasi zero”, ha detto. Parla abbastanza bene anche l’italiano perché conosce il nostro paese. Si parte. Circa 120 chilometri con la nostra guida che racconta in inglese la storia del disastro.

Arriviamo al Check point. I militari controllano minuziosamente i passaporti e il ticket che ci consente di varcare la sbarra. Solo così si può entrare nella zona di alienazione. Con una guida esperta e autorizzata, altrimenti si sta fuori. La guida organizza il briefing. “Non dovete assolutamente abbandonare il gruppo – raccomanda – non si tocca niente, non si mangia, non si fuma”. Si percorre un bel pezzo di strada deserta. Qualche auto che incrociamo in senso contrario. Sono i militari o gli ingegneri che lavorano alla centrale costantemente monitorata 24 ore su 24. Raggiungiamo un villaggio letteralmente divorato dalla natura che in questi 33 anni ha fatto il suo corso. In una casupola troviamo fogli di giornale, un ferro da stiro, suppellettili varie. Tutto è rimasto come allora. Forse, per motivi turistici, hanno sistemato qualcosa in bella vista. Naturale che sia così. Non ricordo il nome di quel villaggio, lo rivela Olexander nel video. Fuori ci sono dei cani. Non possiamo toccarli. Vivono lì da anni, se ne occupano i vigili del fuoco. I pompieri sono gli eroi di quel disastro. Loro che hanno lasciato la vita quella notte. Lasciamo il villaggio e raggiungiamo la cittadella militare di Duga. Dopo una strada immersa nel bosco. Sembrava di tornare all’epoca della guerra fredda. La cittadella militare di Duga è forse la cosa più inquietante che abbia mai visto in vita mia. Un sistema di trasmissioni radio in grado di captare radar a lungo raggio. Così segreta che perfino chi ci viveva non doveva sapere dove si trovava. E chi nasceva a Duga lì ci rimaneva e non si poteva uscire. “Avevano bisogno solo di due cose – ricorda la guida – l’elettricità e gli ordini. Nient’altro”.

Il pranzo si svolge in una mensa stile militare ex Unione Sovietica. E’ mangiabile almeno, pensavo peggio. Prima di accedere alla mensa ci misurano le radiazioni. Tutto a posto. Si esce si si continua fino ad avvistare il reattore numero 4 quello dell’esplosione oggi coperto da un sarcofago. E’ quello dell’incendio, oggi sorvegliato a vista. E si continua fino a Prypiat. La città fantasma. Entriamo in un asilo. Sui letti una bambola, messa per i turisti. Ma poco importa, è rimasto tutto come allora. Olexander ci ricorda un dato terrificante. Mentre la centrale bruciava i bambini di quell’asilo non vennero evacuati. I genitori lavoravano per il Comune e dovevano rimanere ancora l ìper qualche giorno. Cosa ne è stato di quei poveri bimbi? “Non ci sono dati ufficiali- continua – Forse sono tutti morti. Non ci sono mai stati dati ufficiali sulle malattie trasmesse dalle radiazioni. Sui bambini morti, sul cibo contaminato. Nulla, in perfetto stile Unione Sovietica. Dove tutto doveva essere messo a tacere”. Si arriva alla ruota che non ha mai girato. Olexander corregge. “Non è vero. Ha girato una volta perché volevano che tutto continuasse come se nulla fosse accaduto e non bisognava terrorizzare la popolazione. Pochi giorni fa la ruota è stata vandalizzata da alcuni ragazzi”.

Chiedo spiegazioni sull’accaduto. Apprendiamo che sono tantissimi coloro che entrano abusivamente nell’area di esclusione. Senza una guida. Senza un contatore geiger. Nel pericolo più totale di andare a toccare un punto dove i contatori impazziscono o di rimanere colpiti dalle macerie di qualche edificio pericolante. Alla ruota c’è chi si fa il selfie. Lo faccio anche io. Non è mancanza di rispetto verso chi ha perso la vita, chi si è sacrificato, chi porta ancora oggi i segni del disastro. Non sorrido perché non c’è niente da ridere. C’è solo da ricordare.

 

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