Elezioni a coda di pesce, Orazio, Dio e Salvini- di Emanuele Torreggiani

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    Finisce così, a coda di pesce. Penso spesso a Orazio come ad un amico caro. Nutro per lui grandissima ammirazione, per la magnanima scrittura e per la sapiente morte. Sappiamo, da Dante, che lo incontrò, lui vivere, post mortem, nel castello degli spiriti magni, ossimori in cadenza, eretto in quella terra detta Limbo, mio Dio! quale grandezza, (c’è posto per me? chiedo, in caso, anche subito, adesso, del resto, della mia vita, questa continuità terrena, nulla m’importa, la mia vita vale quanto un bottone di camicia: il mio onore, invece, ah, l’onore! la nostra eternità, così per me; certo, non voglio apparire cinico né tantomeno baro, piangerei, io ora defunto, il pianto dei miei figli, ma suvvia, ragazzi miei, così si deve concludere, in un singhiozzo), quale grandezza nel tuo carpe diem, amico mio, ti voglio bene, il carpe diem che richiama l’abissale insondabile profondità dell’amplesso, questa piccola morte densa di afrore stordente ma già in quell’altrove, già così estranea ad ogni geografia, fuor di sé stessa, eppure dentro, così dentro l’adesso, che ogni carne trema.

    Hai colto il nettare, Orazio. Come Dio. Potrebbe il buon Dio dire meglio? No. Due parole, ed il verbo caro si è fatto carne. È così. Pure amo la tua ironia, Orazio, corazza che ti difende, nel tuo ibam forte via sacra, il metodo per scansare ogni scocciatore che è lo scocciatore. Vedi, va così, al tuo tempo ed al mio. L’uomo è sempre uguale. Sempre quello. Non cambia, va amato, ed io con esso, per quello che è, che siamo. Un ramo storto, null’altro. La ragione si è fatta audace, scrive Immanuel Kant; dai su, vecchio prussiano dal passo cadenzato, Dio è sempre lì: innocente. E ti ama. Non lo sai? Ora che sei morto sì. Lo sai anche tu. E l’altra sera, o ier l’altra, dalla tivù, mentre Matteo Salvini, estrae dalla manica il rosario mi metto a ridere. Che cazzo fai? Ma dal fondo, autentico sprofondo di antiche letture di quella gioventù che ancora mi illude ed è fuggita per sempre, sono così orrido?, ecco che fuoriesce il negro dello zar: Alexander Puskin.

    Gli uomini giudicheranno le tue parole, le tue azioni, le tue intenzioni le vede solo Dio”, così scrive nel Boris Godunov. Ah, Puskin!. Nel giorno appresso il tuo rosario tutti sghignazzano. Ed io, che non sto mai con il tutti, dico chi cazzo sei tu, tu E.T. per giudicare le di lui intenzioni? Nessuno. Nessuno. Non puoi. Non sei in grado di giudicare, solo di condannare. Non sei Dio. E tu Papa, sei come me: nessuno. Nessuno. Né più vicino Né più lontano. In fin dei conti questo ragazzo che cosa ha mostrato di così scandaloso: un rosario. Un rosario nel mese mariano. La Madonna, la madre, di là dalla siepe di casa mia così folta nel sempreverde laurone. Amen. Sia. È la nostra storia. Non se ne vergogna. Al contrario di molti di noi. L’Europa è questa roba qui. Una costruzione abissale, il carpe diem, voluta dai frati. Contraddizioni? Certo, ma anche Dante, e con dante Wittgenstein. Il Salvini cosa ha detto? Che è cristiano. Può dirlo. Che i bambini non escono dal buco del culo, ed è un fatto; che la terra non è piatta, così è anche se non piace. Ha detto quello che la maggioranza degli italiani crede che sia, ed è. Il Papa ed i suoi accoliti non è d’accordo? Amen. Per tutti gli altri, la coda del pesce.

    E.T.

     

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