Egan Bernal, il ‘prescelto’ colombiano che vincerà il Tour de France- di Teo Parini

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    Premessa che sa tanto di speranza. 
    Egan Bernal vincerà il prossimo Tour de France, perché da tempo non si vedeva qualcuno pedalare in questo modo. La tentazione sarebbe quella, tanto per rendere l’idea, di scomodare all’uopo un paio di paragoni ingombranti del recente passato che in ogni altra circostanza diversa da questa genererebbero in automatico blasfemia. Uno aveva la bandana, anzi la gettava; l’altro sfoderava la pistola dopo essersi battuto il pugno sul cuore. Perché la genia è quella. 

    E se da qui a un mese, invece, non dovesse trionfare sui campi Elisi, sfighe a parte, sarà probabilmente perché nelle logiche commerciali di quello che fu il Team Sky, oggi Ineos, non è affatto detto vinca il più bravo ma quello prescelto a tavolino dall’establishment. Un Geraint Thomas qualunque, insomma. Ma una cosa sono gli almanacchi – e importano il giusto, cioè poco – e un’altra lo spettacolo, il motivo che fa del ciclismo uno sport meraviglioso e che ha trovato in Bernal nuova linfa vitale.

    Sfighe, appunto. Come quella che ha impedito a Bernal, causa banale caduta in allenamento con annessa frattura della clavicola, di dare lustro imperituro all’ultimo Giro d’Italia che, considerata una concorrenza per svariate ragioni al ribasso, avrebbe probabilmente finito per dominare alla sua maniera, quindi divertendo. Smaltiti in tempi assai rapidi i postumi dell’infortunio, il giovane colombiano si è affrettato a lanciare agli aspiranti protagonisti del Tour che verrà un segnale di forza inequivocabile. È successo la settimana scorsa al Giro di Svizzera, la consueta kermesse di avvicinamento alla Grande Boucle, che l’aspirante fenomeno ha incamerato con disinvolta autorità. Morale, il motore è caldo.

    Nato a Zipaquirà in Colombia nel gennaio del 1997 e scoperto, manco a dirlo, da Gianni Savio che lo ha lanciato tra i Pro nella ‘sua’ Androni, Bernal, al pari dei tanti connazionali che lo hanno preceduto, ha due spiccate peculiarità: in salita fila come un treno e non conosce la paura. Sarà perché nascere nel turbolento stato latinoamericano insegna fin troppo alla svelta l’arte del coraggio o perché ha dalla propria l’arroganza sportiva dei predestinati, ma Egan, appena ventiduenne, è pronto per marcare con inchiostro indelebile la differenza potenzialmente abissale tra sé e i suoi avversari. Innegabile, c’è grande curiosità.

    Egan, nella cultura irlandese, significa fuoco. Che uno scatto in salita di Bernal infiammi corsa e spettatori discende dunque dall’onomastica, oltre che dal destino ciclistico di un popolo intero. A suggerire il nome a mamma Flor fu il dottor José Bulla, uno di quelli che nei villaggi sa tutto di tutti e, soprattutto, fa un po’ di tutto, veci del servizio sanitario nazionale carente incluse. Flor, infatti, da giorni lamentava un terribile mal di pancia quando José, poggiandole una mano sotto alla bocca dello stomaco, disse: “Nessuna infezione, é una gravidanza di un mese”. “Vorrei lo chiamassi Egan e facessi di me il suo padrino”, aggiunse ancora il dottore, riscontrando incondizionatamente i favori della giovane donna che per quell’uomo nutriva profonda ammirazione.

    Nacque a mezzogiorno in punto del 13 gennaio 1997. La prima cosa che mamma Flor fece, dopo un travaglio estenuante e con gli occhi velati per l’emozione, fu di studiarsi il piccolo nei minimi dettagli, quasi in maniera ossessiva, per paura potesse essere scambiato. A quanto pare, un errore non così remoto da quelle parti. Deformazione professionale si potrebbe anche dire, perché Flor, all’epoca, lavorava nella compagnia agricola di Guacarí a Zipaquirá e il suo compito era quello di guardare minuziosamente i garofani pronti per l’esportazione, con gli occhi e il rigore di un chirurgo che ricerca la perfezione. Vien da sé che in un attimo il corpicino di Egan, Flor, avrebbe imparato a riconoscerlo tra mille da qualunque impercettibile dettaglio. Evenienza che realmente le fu necessaria considerato che la giovane mamma, consegnato il nascituro all’infermiera per le prime cure del caso, si ritrovò suo malgrado in terapia intensiva con il cuore in sofferenza che pareva uscirle dal petto. E al risveglio, in uno stanzone colmo di neonati e frastornata dai farmaci, fu chiamata a individuare il suo Egan da un minuscolo puntino all’altezza del fianco. Flor fu pronta.

    I primi mesi di vita non furono dei più semplici. Non erano ancora arrivati a sei quando Egan soffrì di una brutta forma di polmonite e Flor, nonostante un’economia domestica tutt’altro che florida, dovette smettere di lavorare per accudirlo. Egan ha però una fretta palese di crescere e senza nemmeno aver spento la prima candelina la posizione eretta è già consolidata, con ciuccio e pannolini ormai solo un ricordo passato. Iperattivo, come si dice oggi, il rapporto di amore tra Bernal e la bicicletta sboccia già a cinque anni. In famiglia è una tradizione, i piccoli devono imparare a pedalare su una sgangherata bici di colore giallo che si tramanda di generazione in generazione. È pesante come un cancello ma quando a guidarla con precoce competenza è Bernal, quell’ammasso di ferraglia appare leggero come una piuma. Da quegli esercizi rudimentali alla prima gara il passo è breve. Quattro anni più tardi, infatti, papà Germán, uno che per la bicicletta ha notoriamente una passione smisurata, con famiglia al seguito decise di recarsi a vedere la gara di un gruppo di bambini organizzata dall’Institute of Recreation and Sports situato proprio nella città natale. Per Egan, il ritrovarsi tra caschetti, pettorali e un nugolo di atleti imberbi che sprizzano entusiasmo da tutti i pori, fu una folgorazione tanto da chiedere insistentemente di potervi prendere parte.

    I soldi sono da sempre un problema serio per uno dei tanti nuclei familiari che in Colombia fatica a tirare la fine del mese e anche quel piccolo momento ludico rientrava a piè pari nei lussi da non potersi permettere. Come nelle migliori fiabe, e chissà diversamente cosa saremmo qui a raccontare, il lieto fine ha un nome e un volto. Quello di César Bermúdez, vecchio amico di casa Bernal, che senza esitare e con encomiabile lungimiranza pagò l’iscrizione. Indovinate chi vinse la corsa. In premio, insieme al primo trofeo della sua vita, una borsa di studio in una scuola di ciclismo che gli avrebbe consentito di studiare allenandosi. “Voglio diventare un ciclista vero”, disse quel giorno Egan. Per la gioia di papà.

    Non più tardi di tre anni fa, Egan divideva ancora il suo tempo con encomiabile profitto tra la bicicletta e l’università di comunicazione, l’altra sua grande passione. Difficile, tuttavia, conciliare due attività che, seppure in modalità differenti, esigono la quasi totalità di noi stessi. Forse impossibile. Chiamato dalla vita a una comunque dolorosa rinuncia, sembrò voler privilegiare la penna che avrebbe fatto di lui un grande giornalista. Sembrò, appunto, perché il babbo, inguaribile aficionado, lo convinse a concedere una chance al ciclismo. “Prova figliolo, un anno soltanto, ma prova”, disse. Il resto è storia.

    Nei giorni arroventati dal sole in cui l’asfalto per consuetudine si tinge di giallo ci si aspetta pertanto l’irruzione di Bernal sul pianeta ciclismo. Feroce – lui, timido e discreto – come quel Maestrale che sui Pirenei si carica di energia e dagli stessi scende a sferzare le vallate che incontra. In un’epoca troppo spesso sparagnina, dunque monotona, egemonizzata da computer di bordo, auricolari e scienza sofisticata applicata a una disciplina nata invece come simbiosi tra testa, cuore e gambe, sarebbe questo l’accanimento migliore possibile. E se qualcuno lo ha già ribattezzato il Messi del pedale, è giunto il momento per Bernal di dimostrare che non ci siamo sbagliati riponendo in lui la nostra voglia di ciclismo nella sua versione più luminescente. 

    Quella dei Pantani e dei Contador. Sì, lo abbiamo detto.

    Teo Parini

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