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Ecologica(mente) Scorretto- Perché al referendum sulle trivelle voterò NO

Debutta oggi, su Ticino Notizie, la nuova rubrica di Andrea Reversi, consigliere comunale di Cisliano ed esperto in materie ambientali. Benvenuto!

Io, ambientalista convinto, vi spiego perché al referendum sulle trivelle voterò no.

Tra poco più di un mese, il 17 aprile gli italiani saranno chiamati al voto. Ad oggi però, tra disinformazione e propaganda “No-Triv”, pochi hanno capito l’oggetto del quesito referendario.

Si tratta del cosiddetto “referendum No-Triv”: una consultazione per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia marine (poco più di 22 km) dalla costa. Nel referendum si chiede agli italiani se vogliono abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore di rinnovarle fino all’esaurimento del giacimento.

Il quesito del referendum, letteralmente, recita:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

La propaganda “No-Triv” si è gia attivata da settimane e, come al solito, diffonde informazioni incomplete e tendenziose atte a persuadere i poco informati (ahimè la democrazia ne è sempre vittima) che in caso di vittoria del NO o di mancato raggiungimento del quorum, i nostri splendidi mari saranno minacciati da pletore di trivellatori seriali intenti più a causare un disastro ambientale che ad estrarre idrocarburi.

trivelle_referendum

Vediamo ora le ragioni per le quali un’analisi oggettiva e basata sul buon senso non può che portare l’elettore ad esprimere un voto negativo.

La legge nazionale già vieta le «attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» entro le 12 miglia marine e stabilisce che gli impianti esistenti entro questa fascia possono continuare la loro attività fino alla data di scadenza della concessione. Quest’ultima, se richiesto, può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento.

Si parla quindi di permettere o meno che proseguano le estrazioni sugli impianti già esistenti . Il meccanismo che regola il rinnovo delle concessioni (anni 30­­+10+5+5) anche se privato della possibilità di rinnovo finale fino ad esaurimento del giacimento, permetterebbe alla maggior parte delle piattaforme di continuare ad esistere per un periodo che a seconda dei casi può arrivare a vent’anni.

In tutto in Italia ci sono circa 130 piattaforme utilizzate in processi di estrazione o produzione di gas e petrolio. Quattro quinti di tutto il gas che viene prodotto in Italia (e che soddisfa circa il 10% del fabbisogno nazionale) viene estratto dal mare, così come un quarto di tutto il petrolio estratto in Italia e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di migliaia di petroliere negli ultimi anni.

Oggi più dei due terzi delle 66 concessioni estrattive marine presenti Italia si trovano oltre le 12 miglia, e non sono quindi coinvolte dal referendum e quindi, anche in caso di vittoria dei SI, le operazioni estrattive offshore non termineranno di certo.

Alcuni aderenti ai comitati per il Sì hanno anche parlato di fantomatici danni al turismo che arrecherebbero le strutture coinvolte. È importante sottolineare però che sotto questo punto di vista nulla cambierebbe perché le piattaforme presenti continuerebbero ad esserlo. Inoltre, non solo il legame tra piattaforme e danni al turismo non è dimostrato bensì i dati sul turismo delle regioni coinvolte sconfessano tali affermazioni. Quella con il maggior numero di piattaforme, l’Emilia-Romagna, è anche una di quelle con il settore turistico più in salute e la Basilicata, la regione del sud più sfruttata per la produzione energetica, è stata una di quelle che negli ultimi anni hanno visto crescere di più il settore turistico.

Dal punto di vista naturalistico le piattaforme sono paradossalmente un beneficio perché sono diventate negli anni reef artificiali con al loro interno ecosistemi completi che hanno “favorito il ripopolamento delle specie marine”. ( cfr documentazione sito ARPA Emilia Romagna http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2011_2/rinaldi_es2011_2.pdf ).

Il referendum non modifica la possibilità di compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia, le quali sono già vietate per legge. Una vittoria dei SI al referendum impedirà solo l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti. Una volta scaduta le concessione si dovrà abbandonare il giacimento, anche se nei pozzi si trovasse ancora del gas. Cosa palesemente poco sensata.
Non ha dunque senso fermare le trivellazioni per paura di eventuali rischi ambientali. Senza contare che i
gestori delle piattaforme sarebbero meno incentivati ad investire nella manutenzione di un “bene in scadenza” andando così ad aumentare le probabilità di incidente ora basse.

Una vittoria del sì avrebbe poi delle conseguenze sul piano occupazionale, visto che la fine delle concessioni significherebbe la fine di migliaia di posti di lavoro (a titolo esemplificativo nella sola provincia di Ravenna il settore impiega direttamente o indirettamente quasi settemila persone).

Andrea Reversi
Andrea Reversi

Per stessa ammissione dei promotori la ragione principale del referendum non è ambientale ma politica: dare al governo un segnale contrario all’ulteriore sfruttamento dei combustibili fossili e a favore di un maggior utilizzo di fonti energetiche alternative. Come è scritto sul sito del coordinamento “no-triv” il voto del 17 Aprile è l’unico strumento di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla strategia energetica nazionale.

Si potrebbero fare anche considerazioni di carattere squisitamente politico. Come ad esempio il fatto che Greenpeace, ONG ambientale per eccellenza nonché uno dei maggiori sponsor del SI, sia finanziata con il denaro generato da alcuni dei settori produttivi più inquinanti del pianeta e dal settore petrolifero. Oppure che l’operatore economico maggiormente danneggiato dall’eventuale passaggio del referendum si chiami ENI. La stessa ENI che è il sesto gruppo petrolifero mondiale per giro d’affari, di fatto controllato dallo Stato italiano che ne detiene a vario titolo più del 30% del pacchetto azionario e che quindi il passaggio del SI sarebbe un capolavoro tafazziano degno di nota.

Ma non è questo che a noi interessa.

Ciò che ci interessa è la salvaguardia dell’ambiente, e a quanto pare questo referendum non vi ha nulla a che fare.

In passato abbiamo già permesso che la strumentalizzazione di referendum falsamente ambientalisti rovinasse le strategie energetiche di questa Nazione senza apportare benefici ambientali, non permettiamo che accada nuovamente.

Andrea Reversi

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