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Dicembre, dedicato a mio padre Remo – di Emanuele Torreggiani

 

 

La luce di quella mattina preannunciava la giornata limpida e gelida. L’uomo fumava la sua prima sigaretta nel giardino di casa quando l’aria sembrò ondulasse come se ci fosse un pertugio che andasse tagliando la compattezza di quella realtà. L’uomo fece un passo indietro da quella ferita che apriva l’aria e scosse il capo come se un capogiro lo avesse afferrato. Ma la sigaretta era buona e questo per un fumatore è segno di salute. Poco dopo, quando era attento al traffico consueto, dal telefono gli dissero che suo padre, già all’età del patriarca, aveva espresso desiderio di salutarlo. Così deviò dalla solita strada considerando che tra gli impegni, che poteva disbrigare al telefono, ne aveva uno per il mezzogiorno improrogabile dalla sua presenza. Quei cinquanta chilometri li percorse al passo della lentezza. Quando arrivò e attraversò il giardino diretto all’ingresso della casa provò ancora quella sensazione mattutina di aria che si frattura. Ristette ad un sole che non riusciva a sciogliere la brina abbarbicata finché una voce gentile ma dal timbro secco non lo invitò ad entrare in casa. Suo padre sedeva a letto, tre cuscini sorreggevano quel corpo, un tempo possente, che si era andato svuotando. Il volto aveva assunto la predisposizione a quella gravità che solo la morte concede imponendosi. Sorrise, poi allargò le braccia scusandosi per il disturbo che certo gli stava arrecando ma desiderava salutarlo, e gli tese la mano che era fresca e fragile e leggera e lo congedò chiedendogli di salutare i suoi bimbi e la sua signora, e concluse dicendo che lui aveva fatto tutto quello che era stato capace.

 

Così l’uomo rientrò nell’abitacolo e nel traffico che stava scemando negandosi una larvata consapevolezza. Nessun impegno, per quanto puerile, andò disatteso. Fu nelle prime ore del pomeriggio che, nuovamente via telefono, lo informarono che il padre era spirato. Non abbozzò nessun suono. Chiuse la telefonata e concluse la conversazione con l’interlocutore che aveva davanti. Rifece la strada del mattino, iniziava a tramontare. Ad un certo punto uscì dalla carreggiata di marcia e si fermò sulla corsia di emergenza, scese dal mezzo e fumò un’intera sigaretta in piedi osservando le auto che passavano e notando che gli automobilisti lo guardavano di sfuggita, lui era in camicia e già la temperatura era abbondantemente sotto lo zero. Si accorse di avere gli occhi colmi di lacrime. Quando rientrò nella casa il medico competente aveva appena sancito il decesso e gli addetti alle esequie stavano componendo il corpo, per quanto fosse già composto di suo. E gli dissero che quella mattina, dopo che lui era andato via, il padre aveva letto il giornale, la tivù gli dava profondamente a noia, poi sul mezzogiorno aveva espresso il desiderio di una tazza di tè verde con un Pavesino ed un cucchiaio di marmellata alla ciliegia. Bevve solo un sorso e disse che il colore della marmellata era molto bello ma lui si sentiva già sazio. Salutò poi moglie e figlia e una donna ucraina di servizio con la quale parlava in tedesco. Si distese a letto e disse che era tempo di morire, si mise sul lato destro e chiese che gli coprissero un poco le spalle. Si accucciò così. Respirando regolarmente, poi alzò un poco il capo verso sua moglie che sedeva in una poltroncina della camera. Fece un cenno col capo che riadagiò sul guanciale. Pareva dormisse. Ma non era per nulla sonno. No. Non era sonno.

P.S.
Dedicato a mio padre Remo, 1919 – 2009, 14 dicembre.

Emanuele Torreggiani

 

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Redazione Ticino Notizie

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