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Deo gratias

Sia grazie a Dio che ci ha risparmorto-leonard-cohenmiato, in questi ultimi scampoli del ventennio, la retorica del presidente donna. Sarebbe stato uno tsunami di bava che avrebbe sciolto il ghiaccio dei poli con alzata di livello degli oceani. Ecco che il primo presidente donna, la presidenta che sfiora per la prima volta con il suo mocassino lo zerbino della Casa Bianca. Ecco la presidenta che sale per la prima volta sull’Air Force One. Ecco la presidenta che per la prima volta apre l’ombrello sotto la pioggia. Ecco la presidenta che per la prima volta si asciuga le labbra con una salvietta di carta ecocompatibile. Ecco la presidenta in visita alla figlia che ha figliato quindi la prima presidenta nonna. Ecco, ci siamo risparmiati questa insopportabile retorica, vuota e insensata. Quella stessa retorica insopportabile che oggi, 11 novembre, suggerisce alla terza carica dello stato italiano, la presidenta (in italiano si dovrà scrivere il presidente, ma la bava appiccica) della Camera, Laura Boldrini, di cambiare i sottopancia dei telegiornali indicando non più inviato ma inviata, non più corrispondente ma la corrispondenta. Ecco, questa l’indicazione odierna della terza carica dello stato. L’inutile eletta a sistema. Comunque sia Deo gratias per tutto il resto risparmiatoci, e che Dio benedica le donne americane, le massaie, che non hanno votato la signora super milionaria guerrafondaia cinica e algida. Le donne non l’hanno votata, leggiamo. E ci mancherebbe. Le donne conoscono le donne. E non si fidano. Giustamente. Ci dispiace, in questo frangente, che il neo presidente D.T. sia astemio e non fumi. Dettagli, per la gentaglia come noi, imprescindibili. Lo avremmo voluto vedere ricevere gli ospiti offrendo Jack Daniels (rigorosamente liscio in quanto con il ghiaccio è reato federale perseguito da mandato di cattura FBI) e sigarette, e invitando ad entrare al lirico viatico “come into the flavour of Marlboro country”. Non sei tu, D.T. il nostro compiuto presidente. Lo sarà il prossimo. E ancora oggi 11 novembre, onorando il soldato san Martino, salutiamo Leonardo Cohen. Salutiamo un uomo che ha scritto, composto e cantato in nome di Dio. Lui sì, un premio Nobel in pectore. E salutiamo il giovane artista che nel 1973, lui canadese, è sceso dal Canada, nella sua patria elettiva, Israele, per cantare alle truppe impegnate nella guerra del Kippur al comando di Moshe Dayan. Un uomo, degno di Leonida, che umilia una coalizione composta da Egitto, Siria, Algeria, Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Marocco e Tunisia. Leonard Cohen, al fronte sostiene, con il suo canto, il diritto del suo popolo spirituale ad esistere. Onoriamo la sua arte ed il suo coraggio in un mondo di vili. Il coraggio di dire di Dio. No, noi, o solo io, gentaglia politicamente scorretta, noi non crediamo in Dio. No. No, noi ne siamo certi. E quindi, dalla certezza del suo esistere, noi gli chiediamo di guardare con benevolenza a questo nostro coraggioso fratello. E di tenerlo un attimo sul palmo della sua mano. E con lui tutti i caduti. E di tenere un angoletto per noi, quando, tra beve, passeremo il confine. E ce ne staremo lì, fumando una Marlboro mentre le nostre massaie, politicamente scorrette, ci porteranno un biscotto appena sfornato ed un bacio. Il casto bacio dell’amore che andiamo cercando da quando siamo su questa lurida terra.

E.T.Laura-Boldrini-bikini

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