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Cinghiali in Lombardia, banali ma scomode verità- di Andrea Reversi

Sul proliferare dei cinghiali in Lombardia accogliamo il contributo di Andrea Reversi, consigliere comunale a Cisliano ed esperto del settore faunistico e venatorio.

Sono serviti un morto e una decina di feriti, con il brusco risveglio che un accadimento simile causa nell’opinione pubblica, per accorgersi, improvvisamente, non solo che nel nostro Paese ci sono i cinghiali, ma che il numero di questi ungulati, come degli altri del resto, inizia ad assumere proporzioni preoccupanti. 

Ovviamente, in un paese normale (non che il nostro lo sia del resto), non solo non si sarebbe arrivati a una situazione simile, ma si sarebbe delineata una strategia razionale per uscire dall’impasse e riportare la consistenza della popolazione quantomeno a livelli accettabili.

Invece no, assistiamo al solito trambusto all’italiana. Giornalisti disinformati che (dis)informano senza nulla conoscere della materia, questa o quella associazione che strumentalizzano l’accaduto per il proprio tornaconto, politicanti che propongono soluzioni strampalate. Il tutto condito dal dibattito sui social, dove, nella miglior tradizione italica, ci si divide tra chi preferirebbe far fucilare il vicino di casa piuttosto che torcere una setola ad un cinghiale e chi pensa che la naturale evoluzione della specie Sus scrofa siano le pappardelle. Tra questi, pochi oculati e saggi interventi che, in quanto tali, passano completamente inosservati.

Ci si lancia poi nel puntare il dito su questo o su quel colpevole di cotanto disastro. A questo giro i più additano Autostrade, società alla quale, da quest’estate, colpa più colpa meno, non gliene si fa passare una. Poco importa che le reti metalliche non possano molto contro cinghiali che ricordano i bersaglieri nell’assedio culminato con la breccia di Porta Pia. 

Non voglio in questa sede prendere parte al gioco delle responsabilità rispedendo al mittente le accuse delle associazioni animaliste che additano i cacciatori come unica fonte del disastro cinghiali perché rei, tempo addietro, di aver reintrodotto (si badi RE-introdotto, e non introdotto) alcuni cinghiali, spesso autorizzati da amministrazioni pubbliche, agevolando la comunque inesorabile riconquista dell’antico areale. Mi limito solamente a sottolineare che, anche se così fosse, (ma non è) nell’elenco delle cause della situazione attuale, peserebbero maggiormente i ricorsi ideologici depositati da dette associazioni. Sono state infatti le numerose sentenze di questi ultimi anni a portare al collasso un sistema che già di per se non godeva di ottima salute.

Ma andiamo con ordine.

La situazione attuale è frutto di una mancata, o comunque non idonea gestione della specie, da sempre presente nel nostro paese. Gli enti preposti peccano di operatività, spesso i funzionari apicali sono più attenti a non assumersi le responsabilità per le quali sono profumatamente pagati piuttosto che ad emanare atti incisivi, e la burocrazia non aiuta.  Senza considerare che l’impianto legislativo, vecchio ormai di quasi trent’anni e che già di per se avrebbe bisogno di una pesante revisione, come precedentemente accennato, è costantemente minato e mutilato da sentenze scellerate scaturite da un’infinità di ricorsi animalchic depositati un tanto al kg ogni qual volta una regione prova a metter mano alla questione.

Nel  mentre, i nostri setolosi amici, animali opportunisti e menefreghisti aggiungerei, aumentano con un tasso di incremento annuo compreso tra il 90% e il 180% (con tassi medi più vicini al massimo che al minimo) andando a colonizzare nuovi spazi il più delle volte entrando in conflitto con le attività antropiche.

Allora che fare per risolvere i problemi legati al soprannumero di ungulati sul nostro territorio?

La soluzione è una sola, si mettano da parte le stupide sensibilità di chi un cinghiale non sa nemmeno come sia fatto, si aggiorni l’art. 19 della l. 157/92, che disciplina il controllo ( si scrive controllo ma si legge soppressione) delle specie giudicate problematiche o dannose, si riporti la competenza sulle specie cacciabili dal Ministero dell’Ambiente a quello dell’Agricoltura (il primo si occupi solo della fauna protetta visto che ormai è diventato un coacervo di protezionisti tout court ), come per altro accade in tutta europa, e per finire  si adottino tutti gli atti necessari a varare un buon sistema di gestione che veda nei cacciatori formati che vivono il territorio i protagonisti di abbattimenti mirati e tempestivi qualora ce ne fosse bisogno.

Senza questi elementari quanto avversati passaggi non ci resterà che abituarci a scenari come quello dell’incidente del tre gennaio sulla A1. 

Andrea Reversi

Andrea Reversi
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