Carabinieri. Di Emanuele Torreggiani

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    Dentro la morbida luce dell’imbrunire l’asfalto lindo tra i piccoli paesi che traversi, deserti da passanti. Le piccole case dirimpetto la via maestra ordinate come presepi. Le auto parcheggiate nei cortili, le finestre dalle imposte spalancate a teatro riflettono i movimenti entro le tivù. Si scorge, lassù, a mezza costa, un villino isolato, già nell’ombra ferma, una tenda velina, una lampada fioca, un’ombra che si china. Al primo tornante il motore arranca. Scali e balzi su. Là s’intravvede sul culmine un santuario in arenaria che riflette oro ancora irrorato dal sole calante. Il primo raggio del giorno e l’ultimo della notte: il metodo del costruire. Te lo dici ad alta voce dentro l’aria a tormenta dei finestrini abbassati. La via maestra taglia una frazione di un pugno di case d’intorno una chiesuola a cercarvi protezione di speranza e carità. Rallenti a passo d’uomo, licheni e muschi barbicano tramando le commessure delle pietre nell’ordinato disegno della natura madre dentro l’ombra che annotta. Il disabitato. Riprendi mentre gli occhi ciechi di finestre dai vetri imporriti pare osservino ormai indifferenti. Non più un bimbo grida per le viottole che s’inerpicano agli alpeggi inselvatichiti. Svoltando il paffuto fienile di assi sghimbesci il lampeggio azzurro. Alt. Pattuglia. Due carabinieri. Poco più che ragazzi. Il volto tirato dei giovani che dormono poco. Le guance rasate al vivo rubizze dal gelo che scende solenne dal monte. Ti saluta alla visiera chiedendo i documenti. Per un riflesso condizionato da un’antica educazione, ora tua eredità, rispondi portando la destra al sopracciglia. Il soldato ha le nocche intirizzite, il commilitone, due passi alle spalle, in diagonale, regge un MAB. Un ferrovecchio col quale hai sparato migliaia di colpi laggiù a Furbara, nel tempo insaziabile della gioventù. Con l’accento profondo del lontano meridione distorto dal gran freddo che taglia la voce, ti chiede le generalità. Gliele sillabi, nome cognome, indirizzo. Mentre annuisce e ti restituisce i documenti il commilitone si rilassa e lascia il MAB che sbandiera sorretto da una correggia di cuoio frusto sul ventre magro. Ti augurano buon viaggio. Li saluti e riprendi a salire. Del piccolo santuario, serrato ma già lo sapevi, solo il campanile dal tetto metallico smerla nel riflesso opaco del rame. Da lì diramano sentieri per la vicinissima Svizzera. Sali i dodici gradini al liscio portone di quercia, dodici come lo furono gli apostoli tutti nessuno escluso. Ed anche qui si coglie, nel costruire, la grande cifra del perdono. Al centro della soglia accendi un lume nella sua confezione purpurea. Siedi sull’ultimo gradino, un tempo ne sapevi il nome per ogni apostolo titolato. Devi ripassare. E da lì scorgi tutta la valle, le macchie di luce dei paesi, gli squarci delle rare auto al passo e ancora il lampeggiante azzurro. È Natale. Già. La tua preghiera nella fiamma appena accesa. E per respirarla appoggi la sigaretta sull’alluminio incandescente del cero. Non l’avevo mai visto fare, ti aveva detto il ragazzo in quel tempo insaziabile. Era un soldatino come te, in una notte d’inverno, tramontana, da qualche parte nel perimetro dell’aeroporto. Aveva il medesimo accento del carabiniere di pattuglia. E lo stesso viso tirato dal poco sonno. E dall’attesa della decade che lui spediva a casa. Cosa farai da grande gli hai chiesto mentre ti accucciavi per tendere le mani sul cero che avevi acceso dentro l’altana e posizionavi sulla schiena l’SC70. Sul viso del ragazzo passò una nube scura. L’impronta della realtà. Voi sapete che, il ragazzo di dava del voi, avrei pensato, mio padre è un bracciate agricolo e lavora a giornata, ho tre fratelli, più piccoli, lo disse abbassando il capo, a misura della sua solida povertà, mi hanno detto che c’è un concorso per i carabinieri, sarebbe una bella cosa entrarci dentro. Iscriviti, tu gli dissi. Ma io non conosco nessuno. Voi potete aiutarmi? Si può provare, domattina alle dieci ci vediamo al circolo. Te ne sei sceso, hai camminato all’armeria mentre l’SC70 ti batteva il costato e riconsegnato il ferro. C’è la luce accesa nella sala del biliardo del circolo. Sono le tre del mattino. Il comandante della base è lì, insonnia. Il barman impassibile nel dormiveglia ti guarda come vedesse uno zingaro. Il comandante carambola biglie da sponda a sponda. Impeccabile nella sua severa divisa. Impassibile, appena uno scorcio di fronte corrugata, nel vederti entrare: anfibi, bermuda arancioni, giacca a vento, basco. Il comandante, che un decennio appresso si tirerà un colpo di 7,65 parabellum al palato, guarda il barman che porta un bicchiere al tavolo e lo congeda. Nel secchio di peltro una bottiglia di vodka che è sempre un gran bere, bere che oggi, per raggiunti limiti d’età, non ti puoi più permettere. Accendi una Gauloises, togli la giacca a vento, indossi una camicia bianca con le iniziali a giustacuore. Bevi il primo bicchiere, ch’è sempre meraviglioso. Il comandante ti dice che puoi togliere anche il basco, volendo. I capelli rivoltati dentro ti scendono molto, molto oltre il colletto della camicia. Gli dici del ragazzo. Il Comandante lascia le biglie. Siete in piedi. Avete la stessa altezza. Lui ha gli occhi azzurri. Uno è perduto per volare. Mentre gli parli lo vedi, il ragazzo, che abbassava il capo quando diceva dei suoi tre fratelli. Ti ascolta fissandoti. Va bene, lo faccia chiamare. Tu chiami il corpo di guardia, che venga rilevato immediatamente e portato al circolo, è un ordine. Quando arriva siete alla seconda bottiglia. Insonnia e tramontana. Il ragazzo è terrorizzato. Se ne sta lì sull’attenti. Il posacenere è stracolmo. Il comandante fuma Marlboro, quattro all’ora, annuisce e lo viene congedato.

     

     

     

     

    Il comandante, defunto da due decenni, mio Dio, conto con le dita, sono quasi quattro i decenni, desiderava sapere di Swaan e delle intermittenze del cuore, s’intende Proust, tu gliene parlasti, felice, sino all’alba. Allora sapevi ancora l’incipit a memoria, quella musica pura, la musica di Bach: “longtemps je me suis couché de bonne heure”, che stile!, e, ad un certo punto, poco prima dell’alba, alla terza bottiglia, Swaan era lì con voi, ed passeggiava. Quando lo presero nei Carabinieri il ragazzo piangeva. Piangeva come piangono i bimbi felici. Con le lacrime che gli singhiozzano a cascata. Lo osservavi mentre faceva il suo sacco per andarsene. Tu non avevi null’altro da fare che fumarti una sigaretta. Decenni dopo hai saputo che è stato abbattuto mentre era di pattuglia, come i ragazzi al fondo valle, da una banda di luridi malavitosi, da qualche parte in Calabria. Era un ragazzo d’oro. D’oro, Cristo Santo. Così, nella notte di Natale, Anno Domini 2019, quel cero era anche per lui. E per tutti gli altri. Ma scrivere altri non significa che un pronome o aggettivo indefinito. Era per il comandante, per il ragazzo, per i tuoi amici, per Swaan, per tuo padre, per tua moglie Giovanna. E anche, soprattutto anche, per te. De bonne heure, in quella meraviglia in cui nessuno ha ancora finito di vivere

     

    E.T.

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