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Caprio espiatorio. A proposito dell’incarcerazione di Roberto Formigoni

Di Emanuele Torreggiani

L’Europa che noi vediamo, agli scampoli del nostro tempo che è il tempo dell’Europa, è stata costruita dai frati, i benedettini che costruirono a vista un monastero dall’altro. La loro regola, sintetizzo, era di una semplicità straordinaria: ora et labora. La preghiera ed il lavoro, si traduce volgarmente. Però, andando dentro la congiunzione che segue alla preghiera troviamo il lavoro. Il lavoro dunque viene considerato come il compimento della preghiera. Al Padre Nostro, all’Ave Maria, al Mattutino si prosegue con il lavoro: campi, allevamento, ricopiatura di testi pagani, falegnameria… se si fossero limitati alla preghiera, al mero invocare il Dio, essi, i monaci, i frati, sarebbero stati inghiottiti dalle loro stesse parole e, forse ancora di più, le loro stesse preghiere non sarebbero neppure nate, sgorgate dalla coscienza. Quindi la fine della preghiera, il punto finale dichiara il suo compimento nell’attimo conseguente e collegato al pregare il Dio: il lavoro. Ed il lavoro è quello che ciascuno di noi ha imparato a fare, chi il contadino, chi l’operaio, chi il legislatore. Ora, e nello specifico, leggo, con definita pena, delle preghiere che si assommano alle preghiere, una catenella, per la carcerazione definita a Roberto Formigoni. Un nome che non ha bisogno di illustrazione. Roberto Formigoni è quella roba là. Cosa? Tanta roba, come si usa dire oggi nel linguaggio corrente della gioventù che richiama, inconsapevolmente, il Verga della maturità. No, nessuno o pochissimi, solo tra gli intimi sanno chi egli sia. Cosa ha fatto, il suo agire politico, lo sanno in molti. Come l’ha fatto lui solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le origini sono rozze, per dirla alla Gianbattista Vico, come per chiunque e solo nel tempo, nel suo agire, si distillano dalla rozzezza iniziale. E quindi, oggi, lui in carcere, dietro quelle finestre sbarrate dagli incroci dei ferri egli attende i suoi giorni con una comprensibile, per lui come per chiunque, mestizia. Pregare, il mero pregare, dunque, non ha alcun significato portante di là dalla catarsi individuale. Tanto quanto l’inveire o il goderne. Una simmetria antipode. Il compito, invece, che s’impone alla politica, se insiste ancora la politica come guida prospettica per un destino comune, dovrebbe essere quello di comprendere le cause di una detenzione, giusta o ingiusta non importa in questo contesto estraneo alla militanza tra innocentisti colpevolisti, milanisti o interisti, ridotta così a termini tribali della comunità tutta, dovrebbe essere quella di discernere, il bene e il male, dentro il sistema della politica. E cioè, e fuori dai denti stretti, il suo agire politico cosa ha dato come patrimonio comune alla collettività. Alla comunità che noi si chiama Regione Lombardia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una politica regionale che non si rinchiude entro il confine orografico. Pertanto il compito della politica, a compimento concreto della preghiera, sarà, dovrà, soprattutto dovrà, essere quello di impedire sia le corruzioni e le contestuali carcerazioni sia, e ancora soprattutto, quello di imparare a comprendere ciò che appartiene ad ogni prospettiva di valore. Se il suo sistema dimostra valore egli è innocente. In caso contrario sarebbe dovuto essere smontato. Non è accaduto. E allora la politica si deve muovere per cambiare la sistemica del giudizio. Un giudizio arcaico, obsoleto. A meno che, ed è forse la considerazione più autentica, egli dava disturbo con il suo corpaccione ingombrante. Dava disturbo a tanti, sia ai suoi quanto agli avversari. E allora?, allora il capro espiatorio. In questo specifico, colpevole o innocente, questa carcerazione è scandalosa.

Emanuele Torreggiani

Redazione

Redazione Ticino Notizie

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