Bareggio fa benissimo a dedicare una scuola a monsignor Maggiolini, baluardo della cristianità autentica

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    BAREGGIO – Siccome amiamo essere chiari, lo diciamo subito e senza remore. La decisione del sindaco di Bareggio Linda Colombo e della maggioranza di Lega, FI e FDI di intitolare una scuola dell’infanzia a monsignor Alessandro Maggiolini, bareggese di nascita e vescovo di Como sino alla sua morte (avvenuta 10 anni fa), è giusta e sacrosanta.

    Sapevamo del legame tra il prelato e Silvia Scurati, consigliere regionale e leader politico della coalizione bareggese. Ma sappiamo anche, come tutti i cattolici capaci di ragionare senza fette di prosciutto sugli occhi, che monsignor Maggiolini è stato un baluardo della Chiesa di Cristo, aperta al dialogo con l’umano e persino con i non credenti, ma senza rinunciare alla Fede che aveva ricevuto in dono da Dio.

    Certo, una colpa ce l’ha Monsignore, fatale agli occhi di qualcuno. Non era propriamente un ‘martiniano’, ossia un seguace di una figura certamente di altissimo profilo nella storia della chiesa Ambrosiana, ossia il cardinale Carlo Maria Martini.

    Maggiolini, pubblicista fervente, era ben noto ai lettori del Giornale e di Libero. Per alcuni cattolici adulti, ossia progressisti, potrebbe essere una colpa grave. Sono quegli stessi cattolici che su temi etici come le coppie omosessuali, l’eutanasia e ovviamente i rapporti con l’immigrazione islamica sono quasi sempre tentati dall’abbraccio con i NON credenti.

    Monsignor Maggiolini fu invece custode dell’ortodossia, capace di scontrarsi con la communis opinio e di assumere posizioni scomode, come quelle di un altro grande Principe della Chiesa come il cardinale Giacomo Biffi, già parroco a Legnano e arcivescovo di Bologna, che decenni fa ammoniva sui rischi del sostegno all’immigrazione di radice islamica.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Capiamo benissimo le polemiche (anche di certi bareggesi) che dopo il nostro pezzo sulla decisione di Linda Colombo hanno storto il naso ed espresso contrarietà. Sono un ideale sprone per la giunta di centrodestra a procedere senza esitazione.

    Avanti così. Noi pubblicheremo da qui ai prossimi mesi diversi interventi di monsignor Alessandro Maggiolini, attualissimi anche a distanza di oltre dieci anni. Cominciamo col pezzo che Il Giornale gli dedicò dopo la morte. Buona lettura.

    Fabrizio Provera

    ADDIO A MONSIGNOR MAGGIOLINI, IL VESCOVO CHE TEMEVA LA MORTE

    da Il Giornale, novembre 2008

    Qualche anno fa, nel corso di un intervento chirurgico, aveva rischiato seriamente la vita e quando al risveglio dall’anestesia gli era stato comunicato che aveva quasi varcato la soglia alla quale tutti siamo destinati si era arrabbiato moltissimo: «Ma come, stavo per morire, e non lo sapevo?».

    Ora Alessandro Maggiolini, vescovo emerito di Como, se n’è andato davvero, consumato dal Parkinson e da un tumore ai polmoni. L’unico italiano che aveva preso parte alla squadra dei redattori del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, coordinata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, il «vescovo leghista» secondo una semplificazione giornalistica scaturita da alcune sue prese di posizione su immigrazione e integrazione, si è spento ieri sera all’ospedale Valduce di Como. Aveva 77 anni.
    Alla morte aveva dedicato un libro, intitolato «La santa paura». Nell’ottobre 2006, rispondendo a una domanda del Giornale, aveva detto: «Sì, ho paura di morire. Ho paura perché di là incontro il giudizio divino, il Crocifisso che ti perdona se ti lasci perdonare. Ho paura perché morire ti costringe all’incontro inevitabile con un dolore. Un dolore che in vita provi una sola e unica volta. Certo, se poi uno non crede, può puntare la canna di una rivoltella alla tempia e illudersi di aver risolto tutti i problemi».

    Già ormai immobilizzato sulla sedia a rotelle, aveva continuato a farsi portare in cattedrale per confessare i fedeli. Nei giorni in cui l’Italia discuteva il caso Welby, aveva detto: «Quando qualcuno invoca l’eutanasia sta chiedendo di tenergli la mano. Vuole che gli si accarezzi la fronte, gli si asciughi il sudore. Vuole che gli si dicano quelle poche parole che contano per varcare la soglia dell’aldilà. Dietro l’eutanasia c’è un desiderio di solitudine»

     

    Nato a Bareggio il 15 luglio 1931, ordinato sacerdote il 26 giugno 1955, docente di filosofia nei seminari ambrosiani e di introduzione alla teologia all’Università Cattolica, Maggiolini era stato uno dei più stretti collaboratori del cardinale Colombo. Vicario episcopale per le università di Milano, era stato nominato vescovo di Carpi il 7 aprile 1983. Sei anni dopo era stato trasferito alla diocesi di Como.
    Alieno da qualsiasi trionfalismo, aveva dedicato un libro a «La fine della nostra cristianità»: «Temo molto che l’ottimismo sia una virtù degli imbecilli se virtù è. Non è colpa mia se all’interno di ambienti ecclesiastici è invalsa l’abitudine di mettere gli occhiali rosa per assicurare che il mondo cattolico presenta sì qualche zona d’ombra, ma sta vivendo un’epoca gloriosa. Ma va. Per chi crede, la vicenda dell’umanità è guidata dal Signore Gesù padrone del destino dell’uomo e del cosmo. E, tuttavia, per quanto concerne la Chiesa, noi siamo sicuri sulla parola di Cristo che essa perdurerà sino alla fine del tempo, ma nessuno ci accerta che la Chiesa del domani sarà ancora quella della zona atlantica. Bastian contrario? Non mi preoccupo affatto della accusa che mi può essere rivolta. Chiedo che si osservi la realtà».

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