“ASCOLTATI DA NOI PER VOI”. A cura di Claudio Trezzani. Ryan Bingham – “Mescalito” (2007)

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Se siete amanti delle serie tv americane come il sottoscritto, di sicuro avrete sentito parlare o avrete visto la nuova serie trasmessa da Sky chiamata Yellowstone. Un crudo e moderno western, una saga famigliare ambientata fra gli allevatori del Montana, alle prese con speculatori e nativi americani. Per quanto mi riguarda una delle serie più belle, vere ed intense degli ultimi anni e il suo interprete principale dovrebbe già essere garanzia in tal senso : Kevin Costner. Questo preambolo televisivo è necessario per farvi capire meglio chi è Ryan Bingham, un cantante di country rock alternativo dal talento puro ma anche un bravissimo attore che nella serie ideata da Taylor Sheridan interpreta un cowboy (scelta azzeccata vista la storia di Bingham, che durante la giovinezza si manteneva lavorando nei Rodeo e anche cavalcando tori) tale Walker appena uscito di prigione. Il disco in questione è il suo esordio per una casa discografica (Lost Highway Records) dopo aver autoprodotto già 3 dischi (uno nel 2002 e due nel 2006), è il risultato di una vita intensa on the road con la sua band, i Dead Horses, ed infatti alcuni dei brani di questo Mescalito, erano già presenti sui precedenti lavori.

 

L’album non è nuovo quindi ma uscito nel 2007 ma merita assolutamente di essere riscoperto perchè è un vero gioiello e rappresenta uno degli esordi più entusiasmanti che abbiamo ascoltato negli ultimi anni. La produzione è affidata al chitarrista dei Black Crowes, band di southern rock che negli anni ’90 diede uno shock al mercato riportando in auge un genere che era caduto un po’ nel dimenticatoio nei terribili anni ’80, Marc Ford che sapientemente guida Bingham attraverso lidi a lui conosciuti ma poi lascia libero il talento del cowboy texano, senza confini di genere. Il disco, che si avvale anche della collaborazione di due leggende della musica texana e cioè Joe Ely e Terry Allen, spazia dal country al rock, dal folk alla Dylan al blues e al bluegrass senza mai dare l’impressione di stancare o non convincere. Negli anni Bingham ha confermato questa sua abilità nel cavalcare (e chi se non lui?) stili differenti, album che non hanno mai avuto una catalogazione precisa ma sempre ispirati dalla sua terra e dalle sue esperienze legate comunque al vero country.

Nel disco il sound può variare da Bob Dylan agli Stones ma anche al Boss, è un lavoro lungo, 14 pezzi, ma scorre via veloce come una cavalcata nelle praterie con l’aria sulla faccia, non lascia delusi e viene voglia di riprendere subito l’ascolto, lavori così convincenti sono rari.

Per essere rapiti basta il primo brano, Southside of Heaven, l’acustica e l’armonica, la sua voce roca da mandriano consumato da alcol e fumo (nonostante avesse 25 anni all’epoca) e quello storytelling da autore vero. Il brano proprio come una cavalcata sale di tono e il suono del banjo, che era un tappeto leggero, esplode assieme alla chitarra elettrica regalandoci un’apertura di disco che non lascia indifferenti.

Il capolavoro assoluto, brano che avrete ascoltato proprio in Yellowstone, è Bread & Water che inizia come un sogno, con un suono quasi onirico che cresce accompagnato dalla ritmica e dal banjo ma poi esplode con un sapore fortemente southern, chitarra slide e citazione nemmeno tanto velata ai Lynyrd Skynyrd. Il ritmo è infernale e non si riesce a stare fermi al ritmo del battito di mani, un brano fresco divertente e mai banale. Chapeau!

Le memorie dei suoi viaggi in Nuovo Messico hanno lasciato il segno e travestito da mariachi in uno spagnolo convincente Bingham ci canta Borracho Station e guardando la copertina del disco ce lo immaginiamo ai bordi di una strada senza fine assieme alla sua fida chitarra cantare questo pezzo dall’animo triste.

L’apparizione del grande Terry Allen in Ghost of Travelin’ Jones, non è casuale, il pezzo è un chiaro omaggio a lui e a quelle ballate divertenti e intense che il country texano d’autore ha regalato al mondo della musica americana. Le radici sono sempre importanti e non bisogna mai rinnegarle, un grande pezzo con un groove assassino. In teoria sarebbe l’esordio di un giovane autore ma fino qui sembra un disco di un cantautore navigato e già padrone della sua musica.

Potrei citarvi Dollar a Day, un country rock da cantare in uno dei locali dove il buon Bingham nel sud degli States era già una leggenda prima di esordire, oppure la bellissima ed intensa ballata Long Way From Georgia che ci regala una prestazione vocale di prim’ordine. C’è spazio per tutti gli amanti della musica americana, anche per gli orfani del grande Tom Petty in  Take It Easy Mama, brano fresco e dal ritmo serrato oppure per i nostalgici degli anni d’oro con la cover di For What it’s Worth che Ryan canta coraggiosamente in maniera molto personale, facendo quasi dimenticare l’originale.

Un esordio che dovrebbe di diritto entrare nel novero dei nuovi classici della musica americana, non una nota fuori posto, non una parola sbagliata, dalla stupenda copertina dove chiunque può interpretare il ruolo di quel cowboy a testa bassa in mezzo alla strada della vita, alla produzione (e chitarra slide) di Ford mai invasiva ma decisiva, alla voce roca e disarmante di un artista che già all’esordio era credibile come un cantautore prossimo alla pensione.

Gli amanti della musica americana non dovrebbero lasciarselo scappare, se non lo conoscono già, per tutti gli altri il consiglio è quello di sedersi e ascoltare, se amate la qualità qui la troverete di certo e statene certi non vi deluderà, anzi.

 

 

Buon ascolto, Claudio Trezzani

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