CronacaNews

Arluno/Sedriano: rischio contagio, ai domiciliari Francesco Maiuolo

'Ndrangheta: era stato arrestato nel 2017

ARLUNO/SEDRIANO Esce dal carcere di Voghera per rischio contagio da virus Covid – 19 e torna nella sua abitazione di Sedriano ai domiciliari. Si sono spalancate ieri le porte dell’istituto nel quale era rinchiuso, e stava scontando una pena di quasi otto anni di carcere, per Francesco Maiuolo. Era stato arrestato ad Arluno nel mese di maggio 2017 nell’ambito dell’indagine Area 51 che portò alla cattura di numerosi esponenti della criminalità organizzata e a sgominare un enorme traffico di stupefacenti gestito dalla ‘ndrangheta. Affiliati al clan dei Gallace con base a Guardavalle, provincia di Catanzaro e ramificazione in diverse zone d’Italia e all’estero. Indagine che riguardò esponenti del clan radicati nel comune di Arluno.

“Nel carcere di Voghera – commenta l’avvocato Roberto Grittini che tutela i diritti di Maiuolo – proprio tre giorni fa si è registrata la prima positività al coronavirus. Questo comporta che il rischio di contagio per un soggetto con patologie pregresse sale di livello. Per questo motivo il magistrato ha deciso di farlo uscire dall’istituto di pena affinché continuasse a scontare la condanna presso la propria abitazione”. L’emergenza sanitaria in atto, quindi, rappresenta certamente un fattore di aggravamento delle patologie pregresse del condannato. “In più – aggiunge il legale – c’è da considerare il sovraffollamento cronico delle carceri, problema al quale non si sottrae di certo quello di Voghera. Celle di tre metri per tre nelle quali dormono 4, 5 persone. Ovvio che, in una situazione di questo genere i rischi aumentano a dismisura”.

Soltanto il giorno prima era uscito dal carcere milanese di Opera un uomo che doveva scontare quasi 4 anni di carcere per reati finanziari. La sua situazione è simile a quella di Maiuolo. Patologie importanti che potevano minarne la salute e che rischiavano di peggiorare in maniera decisiva con in caso di contagio da Covid – 19.

“Si tratta di una decisione che si lega ai principi di civiltà di un paese – continua l’avvocato Grittini – per quanto gravi possano essere i reati commessi da un detenuto deve esserci sempre, alla base di tutto e prima di prendere qualsiasi decisione, il rispetto per la persona. Si deve sempre tenere conto di quelle che sono le sue condizioni di salute e decidere per il meglio, nel pieno rispetto della vita umana. In più, in un caso come questo, era necessario tenere in debita considerazione anche la necessità di proteggere tutta la popolazione carceraria. Da chi ci lavora stabilmente agli stessi detenuti”.

 

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