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Angelo Paratico: sulla schiavitù domestica al tempo di Leonardo

Un amico mi chiede se non temo di venir rinchiuso in manicomio per via del mio libro appena pubblicato in lingua inglese e intitolato “Leonardo Da Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy” nel quale ipotizzo che la madre del genio toscano sia stata una schiava cinese. Non l’ha ancora letto ma, forse per mitigare il colpo, ammette che gli studiosi che scrivono di Leonardo gli ricordano la favola orientale dei tre ciechi, ai quali vien chiesto di descrivere l’elefante. L’amico, uno storico dilettante, mi spiega che i suoi timori circa la mia sanità mentale derivano dal fatto che a quel tempo non esistevano cinesi in Italia, e che seguendo la storiografia ufficiale i primi cinesi giunsero in Italia verso la fine del XVI secolo, inviati dai missionari gesuiti stabilitisi a Macao, Alessandro Valignano, Matteo Ricci e Martino Martini.
La sua opinione è largamente condivisa in Italia, perché in molti ignorano un vergognoso fenomeno: la schiavitù domestica – dimenticanza tanto comune da farmi pensare che si possa parlare di una vera e propria rimozione – e che fu una piaga assai diffusa,
Un convegno internazionale dedicato proprio a questo tema si è tenuto a Prato nel 2014, organizzato dalla Fondazione F. Datini, con l’intervento di storici provenienti da vari paesi europei. Gli atti di tale congresso sono stati poi pubblicati in due volumi, sotto al titolo di “Schiavitù e Servaggio nell’economia Europea. Secc. XI – XVIII.”
Tal genere di ricerche archivistiche furono assai in auge a partire dalla seconda metà dell’ottocento, basti citare il nome di un grande storico, economista e uomo politico, Luigi Cibrario (1802-1870) che fu autore di svariati libri e saggi, tutti caratterizzati da un grande rigore, fra i quali, nel 1868, un “Della Schiavitu e del Servaggio” nel quale l’autore presenta le proprie scoperte d’archivio relative ad acquisti di schiave, con relative processi e torture causate dalla loro ribellione e, in certi casi, dal loro affrancamento, normalmente concesso dal padrone in ‘articulo mortis’ forse per mondarsi l’anima prima comparire davanti a San Pietro.
Da tali studi s’evince che la chiesa cattolica non s’oppose mai al fenomeno della schiavitù, come notò Melchiorre Gioia. Basti citare Sant’Agostino, il quale scrisse che uno diventa schiavo per via dei propri peccati. Inoltre gli archivi notarili mostrano che molti preti e vescovi possedettero schiavi, che dapprima erano degli infedeli, ma che a distanza di due mesi dall’acquisto andavano battezzati: dunque tutti gli schiavi in Italia erano cattolici! Schiavi maschili venivano utilizzati come ciurma sulle navi, e anche la Santa Sede ne fece uso sui propri vascelli sino al XVII secolo.

La parte di tale fenomeno che ci interessa maggiormente per studiare le origini di Leonardo Da Vinci è quella della schiavitù domestica, che si sviluppò nel Mediterraneo dopo il devastante passaggio della peste nera nel 1347, proveniente dalla Crimea e che poi si diffuse in tutta Europa provocando, nel giro di pochi anni, la morte di circa il 60% della popolazione europea. Quello fu un evento epocale che provocò sconvolgimenti socio-economici di cui ancor oggi stiamo subendo gli effetti. Finì a quel punto la civiltà feudale e sparirono i servi della gleba. Si ebbero grandi sollevamenti di lavoratori, come quello dei Ciompi a Firenze e poi in Inghilterra, dove andarono vicini a rovesciare la monarchia. Iniziò così l’epoca d’oro per i salariati; i poveri alzarono la testa; si sviluppò la scienza meccanica per sopperire alla mancanza di manodopera e le donne pretesero un salario come per gli uomini. Le città vennero spopolate dal morbo e nessuno più lavorava la terra, fu allora che genovesi e veneziani presero a importare delle schiave tartare, ossia mongole e cinesi, acquistandole in Crimea. La Crimea era parte dell’impero creato dai discendenti di Genghis Khan e a Tana, l’odierna Azov, genovesi e veneziani stabilirono la propria basi più estreme. Anche la famiglia veneziana dei Polo vi tenne ciò che oggi chiameremmo ‘un ufficio commerciale.’ Tana era anche uno dei termini della Via della Seta che portava sino alla Cina e lo stesso Marco Polo – lo si evince dal suo testamento – tornando a Venezia affrancò uno schiavo tartaro chiamato Pietro.
Sino ai primi decenni del XV secolo circa il 90% di schiave importate dalla Crimea erano estremo orientali e solo in parte greche, russe e arabe.
La confusione fra tartare e cinesi è spiegabile con il fatto che la Cina a quel tempo era occupata dai mongoli e tale rimase sino al 1368. La dinastia Yuan era in effetti mongola, non cinese. Finquando i cinesi non riuscirono a espellere i mongoli e a stabilire la dinastia Ming, etnicamente cinese, con l’imperatore Hongwu come loro primo monarca, essi venivano classificati come mongoli, non facendo distinzione fra le due etnie.
Anche se detronizzati nel 1368 i mongoli mantennero sotto al proprio dominio una buona parte del paese che oggi chiamiamo Cina. Prova ne sia il fatto che nel 1405 il discendente di Genghis Khan, Tamerlano, che aveva stabilito la propria capitale a Samarcanda, morì di peste mentre alla testa del suo formidabile esercito stava marciando su Pechino. E’ difficile credere che l’esercito cinese dei Ming sarebbe riuscito a fermarlo.
Il traffico di schiave da Tana sino a Genova e Venezia – che duro sino alla caduta di Costantinopoli del 1453 – fu assai lucrativo. Queste ragazze costavano dai 20 agli 80 fiorini d’oro a testa e coinvolse migliaia di bambine e ragazze di un’età compresa fra gli 8 e i 20 anni. Si conservano ancora centinaia di atti notarili e di assicurazioni nei quali si trova la loro descrizione fisica con i loro nomi originali, ma in qualche caso soltanto appare la dicitura ‘orta kataiorum’ ossia di origine cinese, proprio per il motive detto sopra.
Gli abusi domestici furono molti, prova ne sia il fatto che leggi severissime furono promulgate per chi ingravidava le schiave altrui ma, d’altro canto, ogni forma di violenza era concessa ai proprietari. Se queste si ribellavano, le pene erano feroci: frustrate, bastonate ‘malo modo’ e nei casi più gravi, si potevano cavare uno o due occhi, e se colpevoli di omicidio, anche per legittima difesa, con l’assenso di un magistrato le si poteva attanagliare con ferri roventi, facendo seguito a squartamento sulla pubblica piazza.
Le massaie italiane odiavano queste servette che attraevano le attenzioni dei loro anziani mariti, e non per nulla Francesco Petrarca le definì ‘nemici nelle nostre case.’
Cosimo de’ Medici, per esempio, ebbe quattro schiave e una di queste, Maddalena, che lui acquistò a Venezia nel 1427 gli diede un figlio, Carlo de’ Medici, che divenne poi un presbitero e del quale si ricordano la carnagione olivastra e i tratti orientali che tradivano le sue origini.
Il grande studioso della civiltà cinese Joseph Needham (1900-1995) autore della monumentale: “Storia della “Scienza e della Civilizzazione in Cina” pubblicata in 22 tomi, così commenta il fenomeno:
“Olschki ha descritto il poco conosciuto fenomeno del traffico di schiave tartare (mongoli e cinesi) che hanno fornito servi domestici nella case italiane dal XIV al XV secolo. Fra il 1366 e il 1397, ad esempio, non meno di 259 tartari, in maggioranza giovani donne furono vendute nei mercati degli schiavi di Firenze. L’afflusso sembra sia iniziato nel 1328 quando al servo di Marco Polo, Pietro il tartaro, fu concessa la cittadinanza veneziana e poi terminò con la caduta di Bisanzio nel 1453. Esiste un’abbondante evidenza che molta commistione razziale avvenne e che ragazze mongole e cinesi hanno apportato un utile patrimonio genetico alla popolazione europea.”
Lo studio degli archivi degli antichi ospedali degli esposti in toscana – allora venivano chiamavano gettatelli – mostra un gran numero di dati interessanti, che sono stati studiati e interpretati da una studiosa giapponese, Tomoko Takahashi, che in un suo libro del 2003 intitolato “Il Rinascimento dei Trovatelli. Il brefotrofio, la città e le campagne nella Toscana del XV secolo” prova che la stragrande maggioranza dei bambini abbandonati subito dopo la nascita erano figli di schiave, perlopiù tartare.
La schiava Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, una volta ingravidata da Ser Piero Da Vinci dentro alla casa d’un suo cliente, per nascondere lo scandalo fu portata a Vinci. E fu a Vinci che partorì uno degli uomini più misteriosi e geniali mai esistiti.

Angelo Paratico

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