Al di là del Bene e del Male: Kyrgios spazza via Medvedev- di Teo Parini

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 Il tennista australiano Nick Kyrgios, numero 25 del ranking, ha sconfitto il numero 1, il russo Daniil Medvedev, agli ottavi di finale degli Us Open, approdando ai quarti, con il punteggio di 7-6 (13-11), 3-6, 6-3, 6-2.

Medvevdev deve così rinunciare alla difesa del titolo conquistato lo scorso anno, mentre Kyrgios è al suo primo quarto di finale a Flushing Meadows, dopo aver conquistato quest’anno anche la sua prima finale in un torneo del Grande Slam, a Wimbledon. Al termine del torneo, Medvedev perderà la vetta del ranking. Qui la ‘chiosa’ del nostro Teo Parini.

 

Nick, che cavolo fai?
Più di tante parole vale l’espressione basita di Kokkinakis, in piedi nel box dell’amico Kyrgios. Impietrito, con gli occhi strabuzzati di chi non crede a quanto appena visto.
Nick non sta giocando, sta riscrivendo le regole del gioco con irritante semplicità. Dall’altra parte c’è Medvedev, mica un Carreno Busta qualunque, forse l’unico in grado di impensierire a New York Nadal o Djokovic, quando gli organizzatori si degnano di ammetterlo. Il russo sta financo giocando una partita eccellente, chiusa con un rapporto vincenti/errori che di solito è sinonimo di agile vittoria. Sfortunatamente per lui, la disciplina nella quale è costretto a cimentarsi non è la stessa per la quale può fregiarsi del titolo di numero uno al mondo. È un’altra cosa, infatti fa la figura dello studente al primo giorno di scuola.
Per chi non riconosce la supremazia del quanto sul come, la lancetta del tempo si era fermata, almeno fino a questa notte, al 2017, quando la finale degli Australian Open ebbe modo di regalare (forse) la miglior versione di sempre di Federer, in quella passata agli annali come la notte del controbalzo. Kyrgios, e chi se ne accorge ora si merita la dittatura di onesti mestieranti come Ruud, dello svizzero ha la stessa genia ma una imparagonabile dedizione alla causa traduce egregiamente la differenza tra i due fenomeni in termini di palmares. Però danno lo stesso tu alla pallina col risultato imperituro di produrre spettacoli di questa risma per i quali assistere è innanzitutto uno sfacciato privilegio.
Nick, insopportabile spaccone ma solo per chi non ha il cuore adatto a considerare gli atleti prima di tutto ragazzi, per tre ore ha giocato su una nuvola baciato dagli Dei del tennis, tanto che volendo provare a tradurre a parole la qualità profusa si rischia solo di sbagliare per difetto. La capacità di proporre soluzioni ogni volta differenti ha fatto emergere i limiti di un campione umano come Daniil, incappato in una di quelle situazioni disdicevoli per le quali non esiste antidoto all’impotenza. Hai presente la scena epica di Trinità che, al bancone del bar, schiaffeggia Wild Cat Hendricks dopo averlo beffeggiato nella partita a poker? Così.
Non sappiamo se una prestazione che è un quadro del miglior impressionismo francese sarà ripetibile in futuro. Non sappiamo, altresì, se la metamorfosi kyrgiosiana abbia trasformato l’estemporaneità quale mantra di vita in affidabilità replicabile e quindi se le sacrosante priorità extratennistiche torneranno a palesarsi nella voglia di vivere di un ventisettenne dalla sensibilità cristallina e la spiccata arguzia.
Tuttavia, non è importante saperlo. Ciò che Kyrgios da Canberra farà da qui in poi – parafrasando proprio Monet, a proposito di pittura – avrà almeno il merito di non rassomigliare a nulla, perché sarà l’impressione di ciò che avrà sentito, soltanto lui.
Quanta bellezza ci hai regalato, Nick.

 

Teo Parini

 

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