Addio ai Federer Moments e alla capacità di ‘sedare’ i propri demoni. Addio Roger – di Teo Parini

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Il 2001, per chi se lo ricorda, fu un anno a tratti nefasto. In Italia, intanto, la macelleria sociale della Diaz nei giorni del G8 fa sprofondare il Paese nella vergogna più nera mentre, su scala più ampia, la caduta delle torri a New York esacerba la stagione del neoimperialismo che ancora oggi condiziona la politica internazionale.

E mentre i Marlene Kuntz cantano ‘Cara è la fine’, lo sport celebra, ancora senza saperlo, un evento che ventuno anni più tardi potrà essere definito leggendario, senza scadere nell’iperbolico. Gli albori della parabola di un uomo chiamato tennis, un sentiero intriso di sport e vita che ha impreziosito i nostri anni migliori.
Milano, gennaio inoltrato, c’è la nebbia e il solito freddo umido. È in corso di svolgimento l’edizione numero 24 del Milan Indoor, manifestazione tennistica meneghina di ottima tradizione, capace di celebrare campioni immensi della qualità di Borg, McEnroe, Lendl, Becker ed Edberg. In finale ci arrivano un carneade francese, tale Boutter, colloso manovale tutto gambe e polmoni, e un diciannovenne del quale da tempo non se ne fa che parlare un gran bene in quanto a doti tecniche e piuttosto male per via di un caratteraccio difficile da gestire. Lo guardi negli occhi e sei combattuto tra l’idea del solito funambolo pazzoide che non combinerà mai nulla di buono nella vita, perso così com’è in una personalissima battaglia contro i suoi stessi demoni, e l’uomo della provvidenza, spedito dagli Dei del tennis che non si rassegnano al dominio di uno Hewitt qualunque. Era ovviamente materia divina.
Roger Federer da Basilea, il suo nome, vincerà quel torneo, il primo di una serie inesausta, e tutti sappiamo bene cosa succederà poi, avendo finito per prevalere sopra ogni altra cosa il talento tennistico più cristallino di questo o eventuali altri universi. La nostra Milano apre così un’Era nuova di un tennis condannato progressivamente a imbruttirsi perché soggiogato dalla noia e che per due decadi si aggrappa strenuamente alla bacchetta magica di Federer per continuare a esibire di sé la miglior versione possibile. Nonostante il perfezionamento dell’attrezzo reso un bazooka e l’omologazione dei playground rallentati renderanno via via meno influente l’educazione e la gentilezza della mano dominante, spianando definitivamente la strada ai futuri dominatori del corri-e-tira e la difesa come arma di offesa. Federer permettendo. L’ultimo dei Mohicani, l’interlocutore privilegiato di Afrodite, il depositario del gusto.
Loro. Sempre..
Due decenni più tardi, si fa oggettivamente fatica a trovare qualcosa di originale su Roger che ancora non sia stato scritto. Del resto, per lui si sono scomodate le penne più autorevoli, scandagliando ogni millimetro della sua esperienza che il compianto Wallace definì giustamente religiosa. Ha vinto venti Major, per anni è stato in cima al ranking mondiale, ha inscenato con quel diavolo di Rafael Nadal una rivalità che ha spostato l’asticella del gioco su livelli mai esplorati prima. Vero, abbiamo in mente, uno per uno, tutti questi fotogrammi. Ciò che con ogni probabilità non ci è ancora chiaro, semmai, è quel che succederà adesso, dopo che proprio ieri sera, nella cornice meravigliosa della Laver Cup, il basilese col fioretto, essere mitologico mezzo Nureyev e mezzo Neruda, ha regalato l’ultima danza.
Perché, se è vero che lo sport è sempre sopravvissuto al passaggio dei suoi interpreti più luminosi sfornando successori altrettanto virtuosi, è vero altresì che nello specifico a lasciare non è solo un campione in carne e ossa ma innanzitutto un’idea, qualcosa di più mistico che tangibile e che non può essere surrogato. È la genia che rompe gli argini dello sport per inondare l’ecosistema dell’arte, quella senza tempo dei Maradona, dei Jordan, dei Pantani, dei Campese, dei Bernardi o dei Tomba, genia che non trova giustificazione negli almanacchi perché disaccoppiata dal concetto umano di vittoria o sconfitta. Diatriba marginale in un mondo parallelo privilegiato, dove non si vince né si perde ma si crea.
Che piaccia o meno, il gioco che fu pallacorda e che nei suoi spaccati più luminosi ha saputo coniugare agone e bellezza come forse nessun’altra disciplina e senza che il primo deturpasse la seconda, non sarà più lo stesso. E noi, che al tennis quale paradigma di vita dobbiamo tanto, abbiamo il diritto di sentirci un po’ spaesati per essere giunti inevitabilmente impreparati alla fine di una storia d’amore che ci ha visto crescere. Storia che è stata certezza, mentre intorno a noi tutto il resto cambiava alla velocità della luce. Amori e amicizie diverse, lavori più o meno appaganti, abitudini nuove pronte a soppiantare consuetudini sempre meno adatte. C’è chi, nel mentre, ha addirittura cambiato fede calcistica, figuriamoci quella politica. Ma una cosa è rimasta inchiodata al suo posto per venti lunghi anni e che, a ripensarci adesso con tutta la nostalgia del caso, sembrano essere trascorsi in un lampo. L’assuefazione ai ‘Federer moments’, ineguagliabile comfort zone del nostro tempo libero, appuntamento fisso cadenzato come l’alternanza delle stagioni. Ci sono cose più importanti nella vita, che scoperta, ma il primo amore, quello che ha saputo dare la scossa, resta tatuato per sempre sulla pelle.
Non è obbligatorio che tutti ne percepiscano il senso, tuttavia, almeno per oggi, pretendiamo la delicatezza di non essere rimproverati per questo maledetto velo di malinconia che ci adombra.
Che dire, Rog, è stato un viaggio davvero bellissimo.
Teo Parini
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