Abbiategrasso e la denuncia per mafia/2, l’ombra tetra dei mascariati (e un precedente di cui nessuno parla)- di F.P.

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ABBIATEGRASSO – “Il gioco è semplice. Basta dire, ma allo stesso tempo non dire. Alzare non il vento della polemica, ma la brezza della maldicenza. Diffondere il cattivo odore dell’illazione, dell’allusione. E ovviamente, è necessario non citare alcun fatto concreto, ma fermarsi alla superficie dello scandalicchio sotto la quale, spesso, non trovi nulla.

Ma intanto, il gioco è fatto. Basta quello per lanciare un avvertimento, per avvisare l’avversario: qui si gioca sporco. Per intimidire e delegittimare, per allungare l’ombra del discredito con un solo fine: quello di allontanare da sé la critica, l’appunto, la contestazione; quello di criminalizzare il nemico o l’avversario. Insomma, è il gioco antico e semprevedere del mascariamento. Che in Sicilia negli ultimi tempi ha raggiunto le vette dell’arte”.

Si chiama ( o meglio si dice) ‘mascariare’. Verbo di evidente inflessione e ascendenza siciliana, è termine ben noto ai lettori del Foglio e del grande cronista (siciliano) Giuseppe Sottile. Ed è, nella fattispecie, quello di cui si lamenta la giunta comunale di Abbiategrasso, col sindaco rieletto (seppur sempre pro tempore, come tutti..) Cesare Nai che ha deciso di adire le vie giudiziarie. 

Sul tema vorremmo essere chiari ai confini della brutalità; il nostro è un giornale dannatamente GARANTISTA, per il quale OGNI cittadino è innocente sino a sentenza definitiva passata in giudicato. Come recita la Costituzione. 

Non ci piacciono processi e aule di Tribunale. Pertanto, posto che chi scrive (e non solo) saltò sulla sedia quando vide e sentì pronunciare le parole pronunciate da Sara Manisera (INNOCENTE FINO A PROVA CONTRARIA), non siamo per i processi sommari.

Certo, la giovane collega (che ha l’unica colpa ‘non colpa’ di essere più giovane rispetto a chi scrive) a parer nostro avrebbe fatto bene, e meglio, a soppesare certe parole dopo le vicende umane e processuali di persone e politici ‘mascariati’ e poi rivelatisi innocenti, ma con la vita rovinata. Pensiamo a Calogero Mannino (30 anni di processi…), al caso pazzesco di Bruno Contrada (che non doveva neppure essere processato) e di decine di altri casi.

Morigeratezza, contezza. Quando si parla di MAFIA, purtroppo il gioco è semplice. Basta dire, ma allo stesso tempo non dire. Alzare non il vento della polemica, ma la brezza della maldicenza. Diffondere il cattivo odore dell’illazione, dell’allusione. E ovviamente, è necessario non citare alcun fatto concreto, ma fermarsi alla superficie dello scandalicchio sotto la quale, spesso, non trovi nulla: come detto in apertura del pezzo.

Perché ci sono due elementi che più di altri vanno soppesati con un’attenzione e una delicatezza analoghe a quelle del cardiochirurgo quando opera un essere umano a cuore aperto , in casi come questi.

Il primo: personalmente seguiamo la politica abbiatense dagli anni Novanta. Poco meno di 30 anni. Abbiamo visto passare- e conosciamo personalmente- i sindaci Angelo Ceretti, Alberto Fossati, Roberto Albetti, Gigi Arrara e Cesare Nai. Che durante o sotto le loro Amministrazioni si siano consumati reati MAFIOSI ci pare tanto probabile quanto una nevicata a Ferragosto. Se Sara Manisera è a conoscenza di fatti, vicende, evidenze avvenute in odore di mafia AL DI FUORI dei perimetri di piazza Marconi, sarà lei a dirlo. Tuttavia nel virgolettato della discordia si parla di Comuni e appalti pubblici. Quali, esattamente? In quali occasioni? A opera (e beneficio) di chi? Saranno questi i nodi principali da sciogliere.

La seconda: esiste già un precedente… di specie. Negli scorsi anni, il noto ex funzionario comunale  Ermenegildo Scalera denunciò per diffamazione e calunnia un ben noto esponente della Carovana Antimafia reo di avergli dato del poco di buono. Del malavitoso. Anche in quel caso, la parola attorno a cui si celebrò il processo era la stessa.. MAFIA. Ebbene, Gildo Scalera VINSE quel processo e vide riconociuta la sua ESTRANEITA’ alle accuse. Parole come pietre. Che videro la CONDANNA di chi le pronunciò.

Perché al di là dei singoli accadimenti processuali, ogni vicenda fa storia a sè, la pratica per noi fortemente censurabile è proprio quella: mascariare. Muovere i pericolosi fili della cultura del sospetto.

Non dimentichiamolo. Mai. E facciamo sì che non accada, ossia che degli innocenti siano additati al pubblico ludibrio e alla pubblica piazza. Vale per tutti, ovviamente.

Fabrizio Provera

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