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A spasso per voi: Venezia (atto secondo) I love shopping

Di Federica Goi

Un viaggio non è un viaggio senza un po’di sano shopping.  Cosa comprare a Venezia dunque?

Fermatevi uomini! Non smettete di leggere adesso pensando che spedirò voi o peggio ancora aizzerò eventuali compagne verso il Fondaco dei Tedeschi (anche se in effetti..)! A Venezia nemmeno lo shopping è banale e anche i souvenirs più tipici hanno la loro storia da raccontare. Quindi continuate pure a leggere, che i vostri portafogli sono salvi (per ora).

  • Le Maschere . Cosa c’è di più tipico di una maschera veneziana come ricordo? Se dovete sceglierne una curatevi bene del significato! Innanzitutto è bene sapere che le maschere erano parte della vita dei veneziani tutto l’anno, venivano infatti portate anche per andare a teatro o per nascondere delle eventuali trasgressioni, non solo durante il Carnevale. Tra le maschere maschili più diffuse vi era oltre a quella del Monatto, il medico della peste, col tipico naso a becco di uccello anche la Bauta, la tipica maschera bianca con labbro allungato, che si portava col cappello a tricorno e il tabarro. La particolarità del labbro allungato consentiva di modificare anche la voce, per avere un anonimato maggiore. Per le donne andava per la maggiore quella della Moretta in velluto nero, che copriva tutto il volto. La maschera era conosciuta anche come la Muta, perché si teneva salda sul volto grazie ad un bottoncino posto dietro la bocca finta che veniva stretto tra i denti delle donne. In questo modo la dama non poteva parlare, aumentando ancora più l’alone del suo mistero. La più controversa di tutte è però la Gnaga ovvero la donna gatto, una maschera all’apparenza femminile ma che in realtà nascondeva spesso uomini che emettevano versi felini e proferivano frasi oscene.

  • L’Occhio della Strega. Nonostante il suo nome è considerato un oggetto di buon auspicio e di protezione della famiglia. L’oeil de sorcière (Occhio di Strega) o canestrello è uno specchio convesso, che per sua natura consente di avere una visione dilatata di ciò che abbiamo alle spalle. Presente anche in alcuni capolavori dell’arte, uno su tutti il dipinto del fiammingo Jan van Eyck, “Il matrimonio dei coniugi Arnolfini” è un prodotto di mirabile fattura che si trova in alcuni negozi artigianali di Venezia.
  • Papusse o Friulane. Queste babbucce sono più che alla moda, quindi non provate a tornare da Venezia senza averne acquistato un paio almeno! Queste calzature in origine indossate dalle contadine friulane erano realizzate con materiali di scarto: la suola era fatta di copertoni di bicicletta e la tomaia di stracci. Furono poi adottate dai gondolieri, che apprezzavano il fatto che non rovinassero le gondole, e dai nobili, che le usavano per non far udire i loro passi nella notte, quando avevano incontri clandestini. Oggi le papusse sono vestite di tessuti lussuosi come broccati o velluti oppure, se non hanno dimenticato la loro origine umile si presentano di tela o cotone. Di tutte le forme, per tutti i gusti e per tutte le tasche!
  • Il commercio dei tessuti preziosi di Venezia ha basi storiche e tutt’ora rappresenta un fiore all’occhiello per la città. Se non volete comprare neppure un cuscino, fate un giro alla fabbrica Fortuny o al Palazzo omonimo per visitare il mondo di Mariano, celebre produttore tessile che con le sue tecniche innovative di lavorazione e stampa dei tessuti stregò anche Jean-Paul Sartre, che gli dedicò un passo nel suo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”.
  • Sul fatto che lo Spritz abbia origini venete non c’è dubbio, sulla “preparazione ideale” dello spritz ce ne sono molti. Tra un giro e l’altro fermatevi per un aperitivo e chiedete uno Spritz alla veneziana, ovvero quello a base di Aperol e non di Campari. E se trovate più buono lo spritz di Milano vi ricordo che è una diatriba aperta e che voi siete in terreno ostile. Non commentate.

 

A parte quest’ultima raccomandazione, buona Venezia a tutti!

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