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A Castano l’antimafia sale in cattedra. Forse un po’ presto, forse a senso unico. Rileggiamoci Buttafuoco

Comune e Istituto Torno organizzano un ciclo di incontri coinvolgendo la Carovana Antimafia, al centro di molte polemiche nei mesi scorsi. Riscrivendo un copione già visto altrove, e foriero di nuove tutt’altro che buone

CASTANO PRIMO – Poffarbacco, l’antimafia sale in cattedra. Seriosa, accigliata, col dito puntato. Sale a Castano Primo, in collaborazione con Comune e Istituto Torno, docenti (baby alquanto, ma questa non è una colpa) Erika Innocenti e Daniele Di Sica, che spargono turiboli d’incenso antimafioso dalle pagine della libera stampa (eccerto, gli altri cosa saranno, se quelli liberi sono loro?). Alla giornata conclusiva interverrà persino Alessandra Dolci, sostituto procuratore della Dia di Milano. Tre incontri, il 30 gennaio, 6 febbraio, 20 febbraio. Si parlerà persino del caso Sedriano. Ovviamente, a processo ancora in corso e immaginiamo senza contraddittorio.
Chissà, magari i relatori utilizzeranno le roboanti denunce di Massimo Ciancimino o gli editti di Antonino Ingroia, passato veloce veloce dalla toga alla carriera politica.
Chissà se leggeranno la durissima lettera che scrisse alla Carovana Marco Invernizzi, sindaco di Magenta, o che fine ha fatto la vicenda di Abbiategrasso, quando un funzionario comunale fu accusato pubblicamente di malversazioni (sempre senza contraddittorio e prove certe).
Temiamo che non leggeranno neppure un rigo del sublime Pietrangelo Buttafuoco. Che la mafia (essendo siciliano e buttanissimo) la conosce bene. La mafia e la mafia dell’antimafia.
Leggiamolo, allora. Domandandoci come mai l’Amministrazione di Castano lasci spazio così manifesto e scoperto a una tale sicumera. Forse il sindaco, a distanza di mesi, è ancora scosso dal ‘caso’ di ‘Casa’ Pound.

Fabrizio Provera

Ecco, certo. Sono cose al cui confronto, lo slogan di Totò Cuffaro, “La mafia fa schifo”, per ingenuità e pacchianeria, fa ormai sorridere. Ma c’è solo da piangere.
Crocetta che se ne partì per combattere la mafia risultò che la sfasciò tutta l’antimafia. E non solo perché due persone serie come Claudio Fava e Leoluca Orlando se ne guardano bene dall’assecondarlo ma perché la terapia, infine, col pullulare di pittoreschi personaggi dalla carriera proprio sgargiante – su tutti, Pietro Grasso, quasi un vescovo del rito trito e politicamente accettato – ha fatto propri i sintomi della malattia. Come la mafia, in letteratura, al cinema, nelle fiction, ha trovato la propria caricatura, così l’antimafia, nella sua variante di mafia, è diventata prateria di carriere, territorio senza Re e senza Regno a uso di spregiudicati elargitori di credibilità e autorità, di fatto sostituitisi allo Stato e alle Istituzioni se della giustizia, e dei valori sacrissimi della vita, ne fanno solo un uso politico. Peggio che una caricatura, un’impostura, di cui non si può neppure fare show business. Viene difficile immaginare un copione speculare ai perfetti modelli della commedia, non un Johnny Stecchino di Roberto Benigni, non il Mafioso di Alberto Sordi, non La Matassa dei sublimi Ficarra e Picone ma solo e soltanto la parodia di Ingroia fatta da Crozza. Poca cosa. E potremo sperare un giorno di liberarci dall’uggia del rito, trito e ritrito, quando come con la mafia anche la mafia dell’antimafia potrà essere raccontata e denudata dalla satira. Prima di allora, ci resta addosso solo l’impostura.

E sono cose di Sicilia, tutte dentro il sipario, strette nella tenaglia della legittimazione reciproca o, al contrario, del disconoscimento di ritorno. Ponendo il caso, tra i casi, che un Salvatore Borsellino (che di cognome, appunto, fa “Borsellino”), non convochi un’assemblea di Agende rosse e non stili un nuovo elenco di buoni e di cattivi (sì, la famosa agenda da cui Paolo Borsellino non si staccava mai, quella andata sicuramente distrutta dalla carica di tritolo, ritenuta trafugata sulla scena dell’orrenda strage, quella considerata alla stregua del Graal per smascherare la trattativa Stato-Mafia e poi rivelatasi “un parasole”). Buoni e cattivi che pencolano, trasversalmente, tra mafia, antimafia e mafia dell’antimafia per relegare i mafiosi, già servi di scena, in cotanto teatro, alla consolle degli effetti speciali – quasi a far da tecnici e attrezzisti, dietro le quinte – giusto per luci & ombre. E proiettili, ovviamente, da imbustare. Proiettili che intelligentissimi mafiosi fanno recapitare nei momenti di massima difficoltà agli illusionisti e per restituirli così alla scena, anzi, al baraccone.

Pietrangelo Buttafuoco

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Redazione Ticino Notizie

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