8 agosto 1991, 20mila albanesi sbarcano a Bari. L’incredibile ‘gara di solidarietà’.. vinta da Mario Mantovani

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ARCONATE  Domenica 8 agosto è scoccato il trentesimo anniversario dello sbarco della nave Vlora a Bari, con a bordo 20.000 albanesi.

Nell’est Ticino c’è una persona (ben nota) che ricorda particolarmente bene quell’emergenza umanitaria: il senatore Mario Mantovani, che allora mediante le sue strutture di accoglienza- ma anche direttamente a casa propria, ospitandoli- concorsea a gestire quel potenziale dramma, ridando una nuova vita a molti giovani di allora che oggi sono diventati uomini, con un lavoro e una famiglia.

Nel libro che ha realizzato per i suoi primi 70 anni, Uno di noi (presto ve ne parleremo diffusamente), Mario Mantovani ha descritto con parole toccanti, e intense, quei giorni d’estate di 30 anni fa.

Eccovi la ricostruzione, direttamente dalle sue parole.

È una delle imprese di cui vado davvero orgoglioso e che ho sostenuto con convinzione, insieme a mia moglie Marinella, che mi appoggiò fermamente. Mi riferisco alla vicenda della nave mercantile Vlora, partita da Durazzo e arrivata nel porto di Bari l’8 agosto 1991. Alle 10.30 di quella mattina l’Italia si trovò a fare i conti con l’ondata più massiccia di migranti della nostra storia. Quello fu davvero il più grande sbarco verificatosi nel Paese. Altro che carrette del mare, barchini e Ong che riempiono da mesi le pagine dei giornali. All’improvviso l’Italia si trovò a dover accogliere ventimila profughi albanesi. Molti erano ragazzi che, disperati, avevano avuto il coraggio di lasciare le loro famiglie alla ricerca di un futuro migliore. Arrivarono tutti insieme, stipati su quella nave mercantile, scappando dall’Albania, uscita da pochi mesi dalla dittatura comunista del Partito del lavoro».

Nessuno può dimenticare quelle immagini e neppure la grande accoglienza del nostro Paese. È così?

«Sì. Mi piace ricordare quella pagina significativa, con la quale l’Italia salì sul podio della solidarietà. Cosa che oggi, purtroppo, non sempre può vantare. Allora ci fu una grande ed immediata sinergia tra Governo, imprenditori, le varie realtà sociali e la gente».

 

Cosa accadde?

«Nessuno ovviamente era pronto a fronteggiare una situazione inaspettata e così dirompente nelle proporzioni. Si attivò subito la macchina della solidarietà, nonostante fosse agosto, nel pieno delle vacanze. In un primo momento la maggior parte dei profughi furono sistemati nello Stadio della Vittoria di Bari, da poco riammodernato per i Mondiali di calcio del 1990. Quello divenne il più grande centro di raccolta e di prima accoglienza. I baresi dimostrarono in quel momento un grande cuore: mi ricordo il via vai di cittadini che portavano quello che potevano, beni di prima necessità come cibo e vestiti. Chiaramente quella non poteva essere una situazione definitiva: una volta assistiti al meglio per i primi giorni, si pose il problema di trovare soluzioni efficaci per questi giovani albanesi. E in quel momento sono entrato in gioco personalmente».

 

In che modo?

«In un modo che mi ha appagato totalmente sul piano dell’accoglienza, ma che si è rivelato molto complesso a livello gestionale. Quando i giovani albanesi vennero collocati nelle regioni, la Regione Emilia Romagna decise di farsi carico di seicento minori da distribuire nelle Case di vacanza. Fu a quel punto che ricevetti la telefonata dalla prefettura di Forlì. “Dottor Mantovani, lei ha colonie a Igea Marina. Le mandiamo cinquanta ragazzi”. Erano giovanissimi, tra i 15 e i 18 anni. Il contributo economico elargito era pressoché impercettibile: tutti eravamo invece coesi a far trascorrere momenti sereni a quei ragazzi che avevano lasciato la loro terra, la loro casa, padre, madre, fratelli ed erano soli in un Paese che non conoscevano. Mi ricordo il grande slancio del mondo della piccola e media imprenditoria: le aziende offrivano piccole occupazioni temporanee; per lo svago le giostre li accoglievano, i battelli si offrivano per far loro vivere qualche momento di spensieratezza. Io però pensavo già al passo successivo».

 

Racconti…

«Mi preoccupavo per la loro collocazione lavorativa. Va bene il divertimento, ma cosa si offriva concretamente per il loro futuro, anche nell’immediato? Non si poteva ragionare solo in termini di accoglienza presente, ma anche di sistemazione futura. Mi attivai in questo senso e con grande impegno riuscii a trovare a tutti e cinquanta una collocazione, tra Emilia e Lombardia. Successivamente alcuni furono assunti nelle cooperative da me fondate: chi il cuoco, chi il cameriere, chi l’operaio, chi l’impiegato. Apprendere un mestiere è stato per loro fondamentale: oggi questo è il bene più prezioso. Tutti sono ora inseriti e sposati, alcuni con figli, qualcuno ha deciso di convertirsi alla religione cattolica, li vedo oggi a Messa. Altri mi chiamano, mi scrivono, non smettono di ringraziarmi e dimostrarmi la loro riconoscenza e amicizia. Insomma, ci sono delle storie bellissime da raccontare su questi ragazzi, storie che ancora oggi ricordo con emozione ed orgoglio. Storie di amicizia e di solidarietà. Storie di coraggio e di vita».

 

Insomma, la solidarietà come minimo comune denominatore, sempre!

«Mi ha sempre guidato questo desiderio di dare una mano, concreto ed operativo, molto lombardo direi, visto che tra l’altro ne avevo la possibilità e potevo contribuire a fare qualcosa per gli altri. E quando dico che mi impegnai in prima persona lo dico nel vero senso del termine. Oggi sui social moltissimi si scatenano contro i migranti e a quanti si permettono di esprimere qual[1]che concetto positivo, di solito tra vari insulti arrivano anche inviti molto diretti: “Perché non li porti a casa tua?” Ecco, io li ho realmente portati a casa mia, con me!».

A casa sua?

«Sì, ha sentito bene!».

 

Come mai una scelta così radicale?

«Perché radicale? Certo, se ragioniamo pensando alle emozioni ed alle tensioni che segnano oggi la cronaca politica, può apparire una scelta estrema. In realtà fu, come di consueto, il voler affrontare con concretezza la situazione che avevo dinnanzi. La legge Martelli del 1990 introduceva per la prima volta la netta distinzione tra rifugiati politici, quindi i profughi che scappavano dalle guerre, e semplici migranti “economici”, cioè quelli che non scappavano da alcun conflitto ma che arrivavano da noi solo per trovare un lavoro e condizioni migliori di vita. Questi ultimi, secondo tale normativa, potevano essere rimpatriati. E gli albanesi che sbarcarono a Bari erano considerati appartenenti proprio alla categoria dei migranti economici. Alla fine di agosto del ‘91, dunque, scattò un piano che prevedeva il rimpatrio dei giovani albanesi. Si misero in moto voli militari per riportare i ragazzi in Albania. Di quei cinquanta giovani a me affidati, quaranta avevano trovato nel frattempo un lavoro. Dieci invece erano in cerca di un’occupazione stabile. Sarebbero dovuti rientrare in Albania. Così li portai ad Arconate. Fu un’esperienza incredibile. La cooperativa di cui ero Presidente aveva affittato un immobile per una accoglienza temporanea, ma l’Amministrazione d’Arconate del Sindaco Maggiolini, oggi divenuto prete (pensi un po’), non esitò a gettarli sulla strada al mattino alle 6.00 con l’intervento delle Forze dell’Ordine, come fossero dei criminali. Quando si dice la misericordia divina! E quindi li portai a casa con me».

 

Tutte quelle persone nella stessa casa?

 «Sì, ancora oggi mi viene da ridere. Sembrava una comune, la casa era grande e alcuni vi alloggiavano; qualcun altro fu ospitato in parrocchia o in famiglie di amici. Mia moglie Marinella però per quasi un anno li ebbe tutti a tavola, mangiavano insieme a noi e ai miei figli Vittorio e Lucrezia. Mi ricordo che si aprivano le scatole di tonno, quelle giganti, da comunità, e i fuochi della stufa in cucina non bastavano mai per le pentole di riso e pasta! Poi, gradualmente, trovai per ciascuno una collocazione. Oggi sono quasi tutti sposati, con figli e lavorano».

 

 È commovente l’impegno con il quale si è buttato a capofitto in questa esperienza. Lei ha sorriso sempre, durante il racconto. Non c’è mai stato un momento di sconforto in oltre un anno di solidarietà?

«La gestione fu complessa, sia sul piano dell’impegno sia su quello economico. Ma per quei ragazzi ho sempre provato senti[1]menti positivi. Mi sentivo un padre per loro. C’è però un fatto tragico che, a pensarci, mi mette ancora tristezza. Successe in una colonia estiva».

 

Lo ricordi.

«Una notte arrivò la Digos per portare agli arresti due ragazzi che, nel primo periodo di ospitalità a Monopoli, avevano appiccato un incendio alle tende. In quel rogo rimase coinvolto anche un giovane ingegnere il quale, a seguito di quell’incendio, riportò ustioni gravissime, sul sessanta per cento del corpo. Non lo volle neppure l’ospedale di Cesena per quanto era grave. Lo ospitammo noi. In diverse occasioni lo lavai personalmente, perché nessuno si voleva avvicinare per il terribile odore delle ferite. Una tragedia, ma con un lieto fine: il periodo di convalescenza fu decisamente utile e dopo qualche anno tornò a ringraziarmi. Si era sistemato a Rimini».

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