Il Papa, Dostoevskij, il Grande Inquisitore e la TV – di E.T.

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Forte della speranza che, come scrive Agostino, significa indignarsi per le cose del mondo e avere il coraggio di cambiarle, si è incamminato nel vano della chiacchiera mondana per seminare la parola e citando “Il Grande Inquisitore”, capitolo sommo dei Karamazov, ‘brano di inestimabile bellezza che si dimostra degno di un testo sacro’, così Gian Antonio Borgese, il Santo Padre Papa Francesco celebra l’epifania del linguaggio capace di mostrare la verità.

Alle spalle del Papa, mentre riassume la parabola, s’intravvede, in filigrana, lo scrittore russo nell’ultimo anno di vita, consapevole dell’imminenza, che detta le pagine memorabili. In breve. A quindici secoli dalla sua morte, e resurrezione, Cristo ritorna tra gli uomini. Si trova in una città di Spagna al tempo della grande inquisizione. Infatti nella grande piazza il rogo per gli eretici fuma ancora lento e denso, Egli entra e tutto il popolo accorso immediatamente lo riconosce e gli si apre tutt’intorno come le acque del Mar Rosso a Mosè. Il grande inquisitore, “è un vecchio di quasi novant’anni, alto e dritto, con il viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce una scintilla di fuoco”, lassù dal palco del palazzo coglie il sommovimento, il mormorio, “Lui è tornato”. Dà ordine che sia immediatamente incarcerato e che si predisponga una nuova pira per l’indomani. Dopo cena si reca in prigione, Lui è incatenato per una caviglia alla parte. È in piedi. “Sei tu? Sei Tu? E non ricevendo risposta (in questo dialogo il Cristo non parlerà mai), aggiunge rapido: non rispondere, taci! E poi cosa potresti dire? So anche troppo bene cosa diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla quello che già dicesti al tuo tempo. Perché sei venuto ad infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto ad infastidirci, ma sai cosa accadrà domani? ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici”. Il Grande Inquisitore contesta a Cristo (che viene sempre nominato Lui) il tema della libertà. “… L’uomo non se ne fa niente della libertà… noi lo abbiamo liberato dalla tua libertà… perché l’uomo vuole il pane…”, e così rinfaccia a Lui, in un dialogo monologante dove il silenzio di Cristo è riflesso alle parole dell’Inquisitore, più il vecchio parla più il silenzio si solidifica, quel “non di solo pane vive l’uomo”, la risposta che Cristo diede al Demonio quando gli fu chiesto di tramutare le pietre in pagnotte. “Vedi, noi quel pane lo diamo perché è quello che vuole l’uomo, e solo quello gli basta… Noi abbiamo scelto da otto secoli, tra te e il pane noi abbiamo scelto il pane”. Gli otto secoli, che esprime il Grande Inquisitore potrebbero riferirsi al Grande Scisma del 1050 tra Occidente e Oriente, oppure alla gestione dell’autorità spirituale come potere temporale, ai papi cesari. Il Cristo non parla, e quando il Grande Inquisitore riconferma che l’indomani verrà bruciato in piazza e che il popolo ne gioirà, Cristo gli si avvicina e lo bacia sulle vecchie labbra esangui. “Il vecchio sussulta, gli angoli della sue labbra hanno come un tremito; va verso la porta, l’apre e gli dice: vattene e non venire più. Mai più! Mai più!”. E vediamo Lui inoltrarsi, dopo aver attraversato la grande piazza per le “oscure” vie della città, le livide periferie dei nostri giorni. Cogliendo questo racconto (che non ha eguali nella storia della letteratura mondiale moderna) e, sempre in questo brano, Dostoevskij, eguaglia Omero dell’Iliade ove la virtù della pietà, che fascia spiritualmente il vincitore e il vinto, Achille e Ettore, viene distribuita in canto simmetrico (mai più sarà accaduto nella letteratura), il Santo Padre ha raccontato, da uno studio televisivo, con quel suo dire apparentemente aneddotico, per alcuni infantile, il gran masso erratico del cristianesimo, di oggi e dei tempi iniziali. La enorme difficoltà a dirsi cristiani dentro la verità della parola e non come mera espressione vocale di appartenenza. La distanza tra il necessario ed il bene. Il primato della libertà e della sua indeterminazione. Immanenza e trascendenza. Ora, ogni categoria politica appiccicata post o pre all’intervista del Papa suona non solo inadeguata ma ridicola. Non si tratta di costruire un sistema politico… Ma sia. Al contrario il Grande Inquisitore governa l’identità del reale e del bene.
Ed il governo del Grande Inquisitore è quello che vuole l’uomo. Anche il Grande Inquisitore mostra, con il suo argomentare razionale una risposta alla chiamata del pane, che si deve leggere come materialismo, ma non solo, il capitalismo è siamese. Ma sia ben chiaro, “anche l’anima vuole le cose”, scrive Agostino. Negare l’immanenza significa negare la trascendenza in quanto si negherebbe l’uomo. La sua umanità. Parola questa che arriva, seguendo la sublime interpretazione di Gianbattista Vico, da “umare”, cioè seppellire. Quindi noi si è uomini, in quanto riconosciamo la morte come destino. Nel frattempo occorre darsi un governo. Una politica. Ma il Santo Padre non è un politico. Egli è cercatore di verità. Alla politica non interessa. Ed è emerso con diamantina chiarezza l’altra sera. Le sua parole scavavano in profondità la contraddizione del nostro esistere, che vale per ciascuno di noi, anche per se stesso beninteso. Infatti non si è sottratto alla sua umanità, quel suo “io non sono un santo” significa proprio questo. Sono un uomo. Ed anch’Egli sente il “selvaggio dolore di essere uomo”, per dirla alla Pasolini.
Molto bravo Fabio Fazio che con il suo intervenire in sottotraccia ha restituito all’intervista dignità e profondità del pensiero espresso, ed ha raggiunto il vero obiettivo dell’intervistatore: quando l’intervistato, seguendo il filo del suo dire, si pone la domanda e si risponde. E quel bacio? Quell’unico bacio stampato da lui, il Cristo, Gesù Cristo, sulle labbra esangui e tremanti del terribile crudele razionale Grande Inquisitore? È il bacio del perdono. Il bacio stampato per lui, per noi, per tutti sin dall’inizio dei tempi ed alla fine.
Emanuele Torreggiani
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