20 anni senza Indro Montanelli, principe del giornalismo conservatore italiano (e della Destra che non c’era) – di Marcello Veneziani

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Il 22 luglio di vent’anni fa Indro Montanelli se ne andò via da un millennio neonato a cui si sentiva estraneo. Ci lasciò forse col rito abbreviato e agevolato, ma non sta bene dirlo. Aveva varcato i novant’anni, temeva le malattie e temeva di rimbecillire e coprirsi di ridicolo come accade a certi suoi colleghi vetusti che scrivono ancora. Montanelli è la storia e la preistoria del giornalismo, l’antichità della stampa, il classico nel quotidiano. Indrosauro apparteneva all’era ante-computer, pre-internet, lettera 22. Era postero già da vivo.

Eccelleva nei ritratti, la sua più bella intervista fu quella che non fece, a Ezra Pound. Il poeta restò muto ma il pezzo che poi scrisse Indro fu un capolavoro. Il bravo giornalista coglie la notizia e ne imbastisce il pezzo; il “genio” grandeggia in sua assenza. Indro era un artista a mezzo stampa.

Lo acclamarono come principe dei giornalisti ma non aveva l’attitudine a regnare; era un solista, un decano più che un direttore. Eppure, in età da pensione per gli altri mortali, scappò dal Corriere della sera, fondò e diresse per un ventennio il Giornale. Poi tornò, dopo la disavventura de la Voce, alla Casa Madre che lo aveva gambizzato nell’anima quando i terroristi lo gambizzarono sul serio, riuscendo a centrare l’esile obiettivo dei suoi rami lunghi e secchi da locomozione.

Indro era la stella polare dei moderati ma aveva un’indole di ribelle fatto in casa, era di destra ma criticava la destra e questa fu la sua fortuna. Una volta, a Ischia, lo definii presidente della destra che non c’è. E lui mi nominò sul campo segretario generale. Lui si trovava bene da solo, era misantropo, diceva Longanesi; io direi Indroverso. Ebbi qualche divergenza sulla datazione e sul tipo del suo dissenso antifascista, sul suo essere sempre all’opposizione e pure sempre filo-governativo; e su Mattei, sul modo con cui trattò Longanesi e Guareschi e ai tempi del Giornale, e su Del Noce e Prezzolini che non volle far scrivere sul suo Giornale; infine su Berlusconi.

Montanelli m’inventò come editorialista; prima mi accolse come elzevirista. Quando mi invitò a scrivere sul Giornale mi convocò una sera nella redazione romana del Giornale. Prima d’incontrarlo, sentii il ticchettio magico della sua lettera 22; stava finendo il suo fondo. Spiai con voyeurismo professionale dalla porta socchiusa e lo vidi intento a pigiare i tasti con la testa che accompagnava quella musica sorda e soave. Ecco il mito nell’atto supremo di partorire. Conversando con lui, lasciava cadere con studiata inavvertenza aneddoti prodigiosi e rivelazioni esclusive di grandi personaggi storici. Non mancava qualche ricamo postumo, s’intuiva, ma ci stava bene nel racconto.

Montanelli fu la sintesi giornalistica di un anti-italiano dichiarato come Prezzolini e un arcitaliano confesso come il suo caro nemico Malaparte. Maltrattò l’Italia e mostrò disgusto per gli italiani, fustigò i loro vizi e i loro vezzi, non sopportò le loro smancerie e la retorica pomposa. Fu di destra ma non adorò né Dio né la patria e tantomeno la famiglia. Però fu arcitaliano nei gusti e nei disgusti, oltre che arcitoscano come i due predetti. Fu arcitaliano nello stile, nell’ironia e nell’improvvisazione, negli umori e nei malumori, qualunquista e ondivago, sempre all’opposizione ma governativo per fatalismo; intransigente per finta o per carattere ma accomodante per pessimismo e uso di mondo. Fu il tipico italiano, virtuosamente provinciale, fascista e frondista, femminiero e gigione, da lui pronunciato con la gi toscana, emulsionata con briosa leggiadria, nonostante un residuo di balbuzie. Individualista e anarchico come tanti italiani, ma conservatore e centrista come loro. Ribelle ma ammiratore dei potenti e del loro cinismo (aveva una cotta di spirito per il cinico e curiale Andreotti). Piaceva ai conservatori ma era attratto da Curcio il brigatista, da Vallanzasca il bandito, da Berto Ricci il fascista rivoluzionario, da Wanda la donna di piacere. Leggeva poco, sia libri che giornali, in questo rappresentando il conservatore tipo, allergico agli intellettuali e alle astruserie.

Montanelli dette agli storici una lezione di chiarezza e ai suoi lettori trasmise la passione per la storia. Non sopportava gli storici accademici che lo trattavano con sussiego ma scrivevano coi piedi (storti). La sua divulgazione storica fu meritoria, grazie anche ai suoi coautori, da Gervaso a Staglieno, da Bettiza a Cervi. Fu Buzzati a istigarlo a scrivere di storia col respiro del lungo reportage. Negli editoriali amò lo stile prima che il contenuto, l’effetto prima che l’analisi. Amava la brevità, i suoi pezzi non dovevano mai esprimere più di una sola tesi e dovevano fluire anche nella scrittura, mai incepparsi e incartarsi. Ebbe il gusto longanesiano della battuta: vera o no, poco importa, purché fulminante, divertente e irriverente, almeno in apparenza. Poi ci fu l’infortunio de la Voce; ma non si possono mandare all’aria settant’anni di giornalismo per sette anni di malumore contro la destra e il suo ex-editore. L’ultimo Montanelli si lasciò coccolare dalla sinistra che lo aveva per una vita avversato. Non lo faceva per interesse, ma per vanità mista a civetteria. Di recente è tornato un mostro da cancellare, uno stupratore razzista di minorenni africane per una famosa storia degli anni ’30 con un’abissina.

Quando morì, ci lamentavamo che i quotidiani italiani vendevano le stesse copie del ’38, in regime fascista. Oggi ne vendono la quarta parte. Non si è estinto Montanelli, semmai i lettori… Il suo mondo è finito, i suoi ritratti no.

Poco prima di morire disse: “ho scritto sull’acqua”, pensando di essere dimenticato in fretta, come è destino di chi scrive del giorno. Ho ritrovato un bilancio analogo in conclusione dell’autobiografia di Alain de Benoist (uscita ora in Italia da Bietti col titolo Memoria viva): “un battito d’ali sulla superficie dell’acqua”. È bello smentire Indro col senno di poi; non ha scritto sull’acqua, o forse esiste davvero la memoria dell’acqua, come dicono alcuni scienziati. La classe non è acqua e lui sulle acque faceva surf, sull’esile tavoletta di un foglio bianco.

MV, La Verità (20 luglio 2021)

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