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1970-2020: il ‘seppuku’ di Mishima, 50 anni dopo- di Gennaro Malgieri

 

Il gesto è unico e lascia il mondo con il fiato sospeso e tanto stupore misto a orrore. Il 25 novembre 1970, esattamente 50 anni fa, poco dopo mezzogiorno, lo scrittore e intellettuale giapponese Yukio Mishima commise seppuku (suicidio rituale) negli uffici del Ministero della Difesa giapponese, a Tokio, per protestare contro la decadenza della nazione e contro l’articolo 9 della Costituzione imposta dall’invasore Usa, che recita all’articolo 9 che il “popolo giapponese rinuncia alla guerra come diritto sovrano della nazione” e per questo “non saranno mai mantenute forze di terra, di mare, di aria e qualsiasi altra forza potenzialmente militare”. La destituzione dell’imperatore, l’eliminazione della prerogativa della sua natura divina, la cancellazione della nobiltà, l’occupazione militare e l’instaurazione della democrazia erano, per lo scrittore di Tokyo, l’espressione della decadenza, della sottomissione, della fine della Tradizione nipponica e dello spirito del Bushido e dell’Hagakure.

Un gesto estremo di ribellione mostrato al mondo con l’inchiostro e con il sangue. Con l’inchiostro perché il giorno stesso aveva consegnato al suo editore, con circa un anno di anticipo sui termini contrattuali, l’ultimo volume della tetralogia Il mare della fertilità, terminato a marzo con scritto, sull’ultimo foglio, “25 novembre 1970”, quasi a voler dare il senso di un testamento spirituale. Un gesto rivendicato con il sangue perché il seppuku suggellò una volontà e un esempio. Come disse in precedenza, il suicidio “permette di cambiare la propria vita in un istante di poesia”.

Dopo essere entrato nella caserma Ichigaya (quartier generale delle forze di autodifesa) insieme con quattro suo fidati compagni della Tate no kai (La lega dello scudo), piccola milizia privata composta di cento giovani uomini, occupa l’ufficio del generale Masuda, che legano a una sedia. Mishima dal balcone arringa migliaia di militari, e viene ripreso da tv e da fotografi. Fu il suo ultimo discorso, nel quale esaltò lo spirito del Giappone, l’imperatore, ed espresse la condanna della Costituzione del 1947 e del trattato di San Francisco (prevedevano la rinunzia all’esercito e la difesa affidata agli Usa). Le sue ultime parole furono: “Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo”. Più che di nazionalismo o di patriottismo si deve parlare di fedeltà alla Tradizione giapponese, ai suoi codici di comportamento, alla visione superiore, alle sue leggende, miti, riti, simboli.

Finito il discorso, peraltro disturbato dalle grida di alcuni militari e dal rumore di un elicottero che volteggiava sulla palazzina della caserma, Mishima rientrò e commise seppuku. Il suo fidato Masakatsuo Morita, uno dei quattro giovani che lo accompagnavano era alle spalle dello scrittore e vibrò prontamente un colpo di katana per tagliargli il capo, come previsto nella pratica del suicidio rituale dei samurai ma sbagliò e non riuscì nell’intento. Il sangue, intanto, si spandeva sul pavimento e intervenne un altro componente della Lega degli scudi, Masayoshi Kaga, che con un colpo netto concluse il rito. Morita, per cancellare la vergogna che derivava dal suo errato gesto, si suicidò con il seppuku.

 

 

Mishima era il massimo scrittore di successo giapponese, il più tradotto, il più studiato, quello maggiormente invitato nel mondo per conferenze e lezioni nelle università. Quattro volte candidato al Nobel per la letteratura, era molto seguito. Fin da giovane, a 24 anni, ebbe un grande successo con il suo primo romanzo, Confessioni di una maschera c divenne il simbolo della restaurazione dell’ideale tradizionale, contro la globalizzazione, la massificazione, la democrazia moderna a stelle e strisce. Nelle sue opere emergono questa visione del mondo come riflesso dell’amore per la Tradizione e per l’imperatore. Imperatore inteso non come personaggio politico o massimo rappresentante dello Stato, ma come espressione divina del Giappone. In 45 anni di vita ha scritto oltre quaranta romanzi, diciotto opere teatrali, venti volumi fra novelle e saggi. Un approccio interiore che si completava con una visione plastica, di cura del corpo. Lo spirito e l’azione, il pensiero e l’atto.

Il giudizio su Mishima è vario. Il giorno dopo l’avvenimento, sui giornali giapponesi c’erano i commenti del primo ministro nipponico, Eisaku Sato, che definiva “pazzia” quel gesto, per liquidarlo come una insensatezza, con lo scopo di sminuire Mishima. Il segretario di Stato Nakasone rimarcò la necessità di tenere a bada gli estremisti perché con queste azioni mettevano a rischio la democrazia e la Costituzione. Il “Mainichi Shimbun”, quotidiano con tiratura di milioni di copie, sottolineò che si trattò di un “atto di follia”.

Il “poema dell’abbandono del mondo”, scritto secondo la forma classica in 31 sillabe, era l’ultimo biglietto che lasciava un samurai. Quello scritto da Mishima recitava: “La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre”.

Dalla critica è definito solitamente un esteta, un dandy, come Montherlant, definito un conservatore decadente (Moravia), un nazionalista. Nessuno fa riferimento al mondo della Tradizione. Questa sua adesione alla Tradizione, questo richiamo al Mito, questa aderenza all’etica dei samurai, dimostrano bene perché Mishima rimarcava la sua distanza dalla politica. Combatteva la sua battaglia per una visione del mondo tradizionale, contro il mondo moderno. E suggellò la sua lotta con un atto estremo.

 

di Gennaro Malgieri (da www.barbadillo.it)

Redazione

Redazione Ticino Notizie

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