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Magenta: abbattuta la curta di Tricù

Ne ripercorriamo la storia con il nostro Emanuele Torreggiani che a questo corte simbolo di una città e, più ancora di una comunità, ha dedicato un libro

MAGENTA – Se il cortile stava nel mezzo, passando da fuori, nelle ore morte pomeridiane, di qua da quel ligneo portone torto dalle stagioni degli anni, non lo si sarebbe scorto affatto. Il cortile si intuiva dalla via laterale dirimpetto(1), dietro e dentro quell’edificio impennato sui tre piani, al colmo del quale le soffitte con aperture ad abbaino(2), quartiere per le servette che si facevano tutta la sgambata delle scale dai gradini di pietra, in cui l’alzata si faceva più alta e pesante di polpaccio dal basso ai piani. Salivano e discendevano le servette, a schiena china, in un tocco di zoccoli che non si sentirà mai più. Il cortile si intuiva e si annusava nel misto di battitura (lardo prezzemolo aglio) e urina, che proprio lì, sui paracarri granitici ai lati dell’androne posti a raddrizzare di forza l’ingresso dei carriaggi, andavano a sgravarsi dell’estro cani e gatti. Il cortile si intuiva, si annusava e si sapeva quindi abitato.
E di là dagli scuri in permanente chiusura dirimpetto la via, s’immaginava, passando, l’aria di chiostro di una sala da pranzo, che avrà visto ospiti nei riti consueti del Battesimo, Prima Comunione, Cresima, Matrimonio e, nella penombra di ceri fumiganti e rosari in sussurro dove le voci scemando ammantavano a neve, di una dipartita.

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Allora si era ancor meno che giovani, infanti. Ed a bordo di biciclette approssimative, che agli occhi dell’oggi e comparandole con quelle attuali paiono strumenti di ere per diorami museali, s’arrischiava, nelle ore morte pomeridiane, una sortita al di dentro. Si drizzava quella leva a cucchiaio che alzava il tiretto interno e si apriva, con consumata cautela ché il cigolio sarebbe stato vagito di pargolo, la portoncina men che bassa, atta ad impedire l’abigeato, poiché il cavallo l’asino e il mulo flettendo sugli anteriori stramazzano. E s’abbordava, allora, giusto un giro sullo sterrato intorno alla massiccia leva della pompa e alle due baracchette innalzate per l’intimità del ventre, ululando fieri con la mano sinistra alla bocca, ch’era poi quello lo stile degli indiani assaltatori di diligenze visti il giorno appresso nel bianco e nero di Rintintin. E si aggiravano gli impassibili ostacoli a manubrio traballante, mentre gli ululati percuotevano la quiete di quelle altissime mura, circondate dalla griglia dei ballatoi. Lì sussultava una vecchia, dal petto ampio di balia, chiuso dentro uno scialle nero di lana che viveva in ogni stagione e veniva passato sul capo andando al vespero. La vecchia innaffiava tremuli gerani e, scossa di spavento, indirizzava, con un gesto più che con la voce, a mano aperta, quello che poteva sembrare, nell’immediato della sortita, uno scappellotto mancato. Ma oggi, nel rivedere così da tanto lontano lei cristallizzata nel gesto, si potrà affermare che il suo non era che un semplice e complice materno affettuoso abbraccio. Forse, nell’eco degli urli, anche ridente del brusco risveglio del suo vecchio che attardava oltre al riposo pomeridiano rattrappito sul sofà.

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Poi, in epoche prossime, quel portone serrato da cui s’inizia, ha preso ad essere spalancato in permanenza. Altri si sono succeduti ai ceppi ancora tribali di famiglie originarie dipartite per sempre. I loro figli, negli anni del boom, di trapasso tra i Cinquanta Sessanta ed i Settanta, avranno costruito dentro le vigne familiari ereditate, poste ai quattro punti cardinali, disponendo così le villette al dilatarsi del paese a città. L’urbanesimo dell’industrializzazione o l’inizio dei giorni nostri.
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Insomma, in uno stamani che potrebbe essere ieri l’altro ieri o il giorno appresso, già sul presto, hanno incominciato a buttare giù, e per sempre, la corte. Quel cortile detto di trìcù. Naturalia non sunt turpia(3). I tre, da cui il nomignolo in quel sarcasmo che s’avvinghia sempre al vernacolo, sono i posteriori che si coglievano dalle allora finestre di corte retrostanti il monumento ai caduti di Vittorio Veneto: il Cavallo, l’Angelo e la Vittoria Alata. Fusioni che dinanzi si mostrano nel trionfo del IV Novembre, per cui si combatté e cadde, e dietro svelano la declinazione callipigia che sostiene desiderio e destino.
Uno sfrontato eterno di pietra e bronzo.

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Quando le città odierne erano paesi e i paesi erano cortili larghi e fitti, c’era un lungagnone. Lo si vedeva laggiù in fondo, tra gli sgambusci e l’olezzo di cessi comuni, pollai e conigliere. Quel tale lungo, scavato nell’ombra, il fiato forte di nero e zola e sanguinaccio aglioso, patibolare il volto, nottetempo manipolava galli castrandoli con l’indice bislungo dall’unghia spessa e nera, per la via della natura. Lo nominavano Capuné.
Il castrato, il cui canto richiama il dolore dell’asino, si metteva all’ingrasso con farina gialla e castagne e si scannava appendendolo lì al trave per le zampe. Quella morte verticale anticipava involontariamente storiche mattanze: l’occhio strabuzzo fissava nell’infinito stupore odio e compassione, mentre spurgava fino all’ultimo il sangue rosso di un peccato a lui estraneo da sempre. Carne bianca, soda, richiamo virginale, da bollire per quattro ore a fuoco lento, subito deve poi staccarsi alla semplice pressione della forchetta e mostrare l’osso pulito come cranio. Ah… come lo sapevano scarcassare i buongustai d’un tempo fracassandolo ben dentro la mascella lavorando su molari giallo oro, fino a suggere, con debito risucchio, il midollo amaro, per poi lanciare le vestigia del sacro pasto a cani scheletrici, affamati, forse tisici. Le ossa ai cani, era così.
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E così s’immagina che nel Novecentoventicinque, anno III secondo la spavalda riformulazione del calendario, nel corso di Aprile, venne dapprima eretto e poi scoperto, alla presenza della Real Casa, il monumento alla Vittoria. Allora un non più giovane abitante della corte, all’epoca in pieno sfolgorio di vita e vagiti, già lui, il capuné, lung’anima di quell’indefinibile età che trascina dai quaranta ai sessanta e oltre non dà tempo, in avanzata piorrea e dedito al dopolavoro dell’asprigno baragiò(4), avrà esclamato dall’osteria che lì raddrizzava l’angolo, sincero angiporto di pianura, levando il calice, drizzando il mignoletto e sorbendo il balsamo, terapia omeopatica del fumo del freddo del fastidio e della fame, avrà esclamato, a becco amaranto: trìcù !
E così s’impose il bisillabo, trillo più alto di nota sul tripudio delle fanfare, dei bersaglieri, dei gagliardetti, delle teste coronate, degli ottimati, tutti schierati in parata con dinanzi il nobiluomo Giuseppe Brocca, sindaco e podestà. Tutti lì sull’attenti davanti al cippo di granito grigio, opaco all’acqua e ammiccante al sole, masso erratico di una guerra che disgela ovunque, la prima guerra civile europea, così come ne scriveranno, domani, i posteri.
Trìcù.
E vi rimase appiccicato il bisillabo anche nella cadenza fonetica greve di trìcü(5), qui sì e di certo scurrile e insopportabile come incarto moschicida, per un buon mezzo secolo e oltre.
E se un forestiero, in una notte di nebbie svernando al Due Muri (albergo da notte e sala banchetto, specialità bollito misto e lingua), avesse di suo buzzo desiderato un calice da giocarsi smazzando un tresette, sarebbe stato indirizzato dagli indigeni, in un gutturale inseguirsi di informazioni, alzate di braccia e sputazzi, all’osteria trìcù. E quello, poniamo di altre plaghe e lingue, ci sarebbe arrivato dopo lunghi giringiri, per poi capire di suo che neppure cento erano i passi da scalchignare in diagonale sul selciato.
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Ora, negli anni prossimi, tra i Settanta ed i primi Ottanta, ormai i palazzi con i piani alti, la portineria, la passatoia purpurea, gli ascensori, i box auto, il riscaldamento centralizzato hanno circondato il cortile, fiaccamente abitato e avviato alla piena decadenza che lo portò alla miseria degli ultimi giorni. Il cortile ebbe nuova voce nel capitolo popolare per un negozio, Cartolibreria Sala, che ivi era stato riattato dopo anni di tenebra. Soprattutto nella settimana dell’avaro carnevale ambrosiano, Sala scherzi era luogo aperto d’acquisto sino a ben oltre il tramonto. La vetrina proponeva in primo piano una trousse di cipria in merletto rosa e feci, ghiottonerie stercorarie, serpenti luccicanti, ragni bavosi, ma soprattutto fiale mefistofeliche all’aglio, al vomito, alla diarrea, al peto, alla fogna, alla cipolla. Fragili fiale di sottile filigrana di vetro al prezzo di poche lire, che si tenevano strette nel pugno aperto da far saltare poi all’ingresso dell’ascensore, della scuola, in classe… aprendo e subito fuggendo dentro i negozi di panetteria, posteria, verduriere, macelleria e, da lontano, al sicuro da sberloni e calcioni, lasciarsi a sghignazzi nell’assaporare, col fuggi fuggi, il grido unanime di vergogna-barboni-schifosi-bestie. Ma rimane, di tutte le grida, il macachi che il pizzicagnolo, tondo di viso e di ventre, sulla porta della sua bottega spalancata, indirizzava a quelli che, malcelati dalle colonne tarlate allora e oggi dei portici, andavano ancora a sbellicarsi.
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Oggi, alla venuta della nostra civiltà, il microonde, il barbera doc, il sanguinaccio bianco, il colluttorio, il bilocale con tre bagni e la lingerie hanno sfrattato, esponenziale desiderio di pizzo, l’ortolano e la posteria.
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Stamane già sul presto, hanno incominciato a buttare giù la corte che non aveva più nome né sorte. Quella casa era un cortile e il cortile è stato un vecchio cortile a quadrilatero d’eredità spagnolesca, con la cascina che era stalla e la casa padronale di padroni dalla schiena curva sulle terre allora agricole tutt’intorno. Al perenne imbrunire, chiudevano il pesante portone di quercia, accoccolandosi d’intorno alla bocca del camino, la madre e il padre e i figli con le spose e i nipoti e, ricordando sempre anche i morti, tutti alla zuppa dentro la lunga notte ferma e buia, mossa dall’ansito dei cani, che andavano annusando tra le commessure delle assi del portone che storceva a un vento greve di terra.
Poi, molto poi, mentre molti andavano via e per sempre, le fabbriche hanno preso a chiamare ed il cortile smarriva e presto il latro meccanico della sirena avrebbe, molto nel breve, mostrato l’urlo di un progresso di terre lasciate al sottostare di gramigne e ortiche. Un quadrilatero di mura sbrecciate, infissi sguarniti di vetro, tetti cadenti, che, alla corsa d’una fuggevole occhiata da turisti al passo nella nostra città, sarebbero stati definiti nient’altro che un ammasso di pietrame, per poi concludere con il consueto: demolire. E tutta una storia, la perenne storia immerge in un immutabile silenzio donne e uomini, nascite e morti, campane di giubilo e tocchi di agonia, feste sull’aia e raccolti, grandine e tempeste, anni secchi e anni piovosi, animali e viandanti, pecorai discesi da quelle Prealpi di neve e ruggine, che nelle belle giornate di vento sembrano lì all’alzata di braccio e stanno tutte in un palmo le creste. La perenne storia immerge spagnoli e francesi, austriaci e piemontesi, sino all’ultimo vagamondo, il curdo Pascal(6) che aveva trovato, ieri, l’altro ieri o il giorno appresso, in un gennaio nitido di ombre nubi e luce, breve rifugio dal gelo, bruciando, nell’eco delle stanze ove gravava un fermo afrore di terra immota, gli ultimi legni rimasti, una gamba di tavolo, un quarto d’uscio, un mezzo trave sfarinato dal tarlo e, mentre si scaldava tossendo a un fumo denso e freddo, pregava in solitudine Dio.
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Demolire… demolire…
Hanno divelto il portone inchiodato in latitudine e longitudine da due assi di pioppo, ecco ancora e ovunque imprescindibile il segno di croce che apre alla comprensione del mondo.
E le ruspe, sfondati gli alloggi ai fianchi, inclinati i portanti in uno schianto, hanno coniugato il verbo al participio passato: demolita. Era la corte.
E per un lungo istante, una polvere s’è levata in controsole ed era quella nube preziosa di luce che anticipa il consueto oblio. E mentre andiamo scrivendo queste ultime note, lungo il muro di perimetro a confine, ancora si scorgono rullate intense di colore, che hanno segnato stanze dimore e vite, ora infoibate nella memoria, anfratto dell’anima, ospite amica e compagna del corpo.
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1) Via San Biagio. Biagio visse nel IV secolo. Era un medico di origine armena. Vescovo della città di Sebaste, attualmente Sivas, Anatolia centrale, Turchia. Poiché guarì miracolosamente un bimbo, a cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. Fu martirizzato con altri quaranta. Oggi di Lui a Sivas, località di un certa nomea per la cura della psoriasi, non rimane traccia.
2) Abbaino. Tipica finestra da sottotetto, importata dalla tradizione walser e conosciuta come ‘finestra dell’anima’ (traduzione letterale del termine walser seela-balgga), che viene aperta solamente quando un membro della famiglia passa a miglior vita, in modo da permettere alla sua anima di uscire dall’abitazione.
3) Le cose della natura non sono turpi.
4) Baragiò. Vinello nostrano dal colore amaranto e dal sapore asprigno, ricavato dalla vendemmia delle uve Clinto e tagliate, troppo bassa la sua gradazione da potersi conservare, con il vino meridionale Sangue di Giuda.
5) Trìcù e trìcü. Dal trillo al greve. Il primo è affettuosamente scherzoso, argentino; il secondo cade nel profondo gutturale, un bronzo roco, certo con valenza offensiva.
6) Il curdo Pascal fu effettivamente incontrato circa dieci anni fa. Veniva dalla regione del Curdistan turco a piedi, proseguiva per la Francia, aveva un amico costruttore a Clermont Ferrand. Quando si fermava, faceva il manovale. Si esprimeva in cinque lingue, era laureato in ingegneria civile a Omsk, capoluogo della regione omonima della Siberia Occidentale, città di un milione e rotti d’abitanti. Nel XIX secolo era città di esilio. Fëdor Mikhajlovič Dostoevskij (1821-1881) ivi trascorse cinque anni ai lavori forzati (vedasi: Memorie dalla casa dei morti).
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P.S.
Così una minuscola via di una piccola città, Magenta, illustra il significato biblico del migrare. E’ la via intitolata al santo di origine armena Biagio (che dal latino significa balbuziente), originario di una città che non esiste più, Sebaste, oggi nome conosciuto per i torroni alla nocciola del Piemonte. E’ la via che viene percorsa, in anni odierni, da un curdo, che dice chiamarsi Pascal, laureatosi ad Omsk, sulla via per Clermont Ferrand, dal cognome di Blaise Pascal (1623-1662), matematico, filosofo e mistico nato a Clermont Ferrand.

L’autore non tenta con questa breve narrazione la storia, osa tutt’al più un gioco di scrittura (inizia appunto con il Se che chiama le ipotesi) e chiede subito scusa ai lettori.

E.T.

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