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Dall'archivio:

Berlino Est 1985, io e Gigi- di Emanuele Torreggiani

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Attenzione: questo articolo fa parte dell'archivio di Ticino Notizie.

Potrebbe contenere informazioni obsolete o visioni da contestualizzare rispetto alla data di pubblicazione.

 

Aveva ancora sei anni da vivere, ma non lo sapeva. Non si sa. Trentadue anni fa, Berlino, metà settembre, in un cielo ramingo di nubi teutoniche al passo marziale tra l’ovest e l’est. Forse l’aria ci riconosce. Sbrigò lui, con il suo buon tedesco, la burocrazia necessaria per un pass temporaneo in zona est. Foto in primo piano, profilo sinistro e profilo destro. Impronta digitale dell’indice destro. Triplice copia. Il documento appuntato al petto, indossavo una giacca di fustagno, con uno spillone da balia arrugginito che poi sarebbe stato restituito. Due ore. Percorso delimitato. Entrammo alle 15 e si usciva alle 17. La Porta di Brandeburgo transennata dai cavalli di Frisia. Nera della fuliggine dell’assedio di quarant’anni prima. Sotto i Tigli, il viale dell’impero millenario collassato in vent’anni, non parlammo, Gianluigi Stefanoni ed io. Tutte le finestre dei palazzi affacciati, i cui muri mostravano trama e ordito dei laterizi e, dove l’intonaco ancora attecchiva, il sigillo delle sventagliate di mitragliatore, avevano le imposte chiuse. Passò un tram in livrea da guerra, verde opaco ed i finestrini oscurati. A pochi passi da noi rallentò fermandosi. Scese una ragazza. Non la vidi in volto. Fu un intravvedere dentro quella luce che illuminava quella quinta perimetrata degna di Giorgio De Chirico. Anche le persone che camminavano guardando in avanti parevano cristallizzate in una tela illuminata da un astro radente di cui non avrei saputo dire, allora come ora che sto scrivendo: domenica 10 settembre 2017, h 15.24, trentadue anni da, se fosse levante, la luce, o calante. E di quel astro si trattasse. Poco prima dell’arrivo del tram avevo raccolto dal suolo una foglia gialla di tiglio, feci per inserirla nel taccuino che tengo sempre nella tasca interna sinistra quando Gigi mi disse che dovevo tenerla in mano e mostrarla. Cosa che feci comprendendo che eravamo, perlomeno io, osservati. Mi immagino che qualcuno ne sorridesse. E magari, fosse vivo, se ne ricorderebbe. Mi sento più libero qui che di là, dissi indicando la stella della Mercedes che svettava ad ovest. La ragazza scesa dal tram e prese a camminare spedita. Indossava un cappotto nero con un collo di pelliccia. Rivedo una smagliatura del raion al polpaccio elegante sinistro ed i tacchi di foggia trapeziodale di pellame nerastro consumato. Aveva i capelli raccolti in crocchia sulla nuca ma una ciocca s’era slegata e ballonzolava, avevano il colore del miele castano che col tempo sarebbero virati nel freddo cinereo. Sapeva dove stava andando. Gigi mi guardò strizzando appena i suoi occhi verdi, quel gesto che faceva sempre quando si concentrava, sorrise distendendo la pelle bruna ed i baffi bruni e lignei. Forse, mi corressi, mi sento più protetto. Scosse le spalle e accese una HB. Vieni.

Adesso andiamo a bere. Traversammo il viale ed entrammo nell’androne di un palazzo che pareva disabitato. Proprio quello in cui la ragazza aveva svoltato. Quattro piani. Una finestra sopra l’altra. Non un balcone. Anche lì le imposte serrate. Grigio. Prese a piovigginare. Solo una bicicletta con la ruota posteriore sgonfia appoggiata al muro. Rivedo una goccia che scivolando dal sellino era gonfia di polvere. Svoltammo per la prima rampa di scala scendendo in un seminterrato da cui si sentiva ovatta una musica. Gigi salutò un uomo che lo riconobbe e gli aprì una pesante porta di ferro trapuntata in legno. Il mio amico gli fece scivolare in mano un pacchetto di HB che quegli prese con un cenno di ringraziamento e scartò subito. Lo immaginavo, mi disse, che tu la pensassi così. Mentre camminavamo per uno stretto corridoio illuminato da lampadine semioscurate. I nostri passi rimbombavano. In fondo questo mondo ti piace. Sei un mezzo comunista. Tu della libertà degli altri non sai che fartene. E soprattutto della tua. Ma è tutta una messa in scena. Vieni. Aprì una porta ed entrammo in quello che era stato un bunker di sicurezza trasformato in un piano bar. Luce al neon dai tubi verniciati di azzurro, pavimento coperto di tappeti sdruciti, un bancone dove due uomini adulti mescevano liquori in camicia bianca e fermacravatta dorato, i capelli rasati a zero, una cinquantina di uomini e donne parlavano, gridavano, si baciavano, si palpavano i seni che sfuggivano dalle camicette sbottonate e agli inguini aperti a compasso, da dietro dei separé impiantati si scorgevano glutei allacciati. Ad un ragazzo, che avrebbe potuto marciare per la gioventù hitleriana come per il komsomol, pagammo l’equivalente di venti dollari a testa. Gigi scosse il capo guardandomi e rideva. La sua risata era travolgente. Andò dal pianista e gli chiese di imbastire Lili Marlene. Quegli lo guardò poi il mio amico disse qualcosa che non mi disse mai, ed il pianista mi fece un cenno e prese a suonare quella musica. La ragazza del tram mi si fece incontro. Indossava una minigonna tagliata in casa e sorretta da un paio di bretelle che le coprivamo i capezzoli rosa. Mi tolse la sigaretta dalle labbra, fece un tiro voluttuoso e mi baciò infilandomi la lingua in gola. Marlboro, ella disse. Ah, quest’aria che ti riconosce. Ciao amico mio. Che la morte non sia. Non sia mai. Dio vi tenga.

Emanuele Torreggiani

Questo articolo fa parte dell'archivio di Ticino Notizie e potrebbe risultare obsoleto.

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